Continua il dibattito sul Discorso alla città del cardinale Scola, toccando anche il tema del rilancio della presenza dei cattolici ambrosiani e della promozione del ruolo dei “corpi intermedi”

di Giovanni BIANCHI

Già il titolo del Discorso alla città del Cardinale, «Un nuovo umanesimo per Milano e le terre ambrosiane», mi aveva bendisposto e rasserenato, come per un ritorno a casa. La mia generazione, che è la generazione culturale di Angelo Scola, è cresciuta nell’idea di un nuovo umanesimo. Ma ci ha pensato la brutalità della cronaca (il massacro dei bambini della scuola di Peshawar) a renderne esplicita l’attualità, come una necessaria lettura dei segni dei tempi. E allora l’invito dell’Arcivescovo di Milano cessa di essere un riferimento filosofico per diventare con urgenza la necessaria scommessa del presente. Ho avuto l’impressione che, dopo una lettura attenta della Diocesi ambrosiana e dei cambiamenti delle cose milanesi in generale, così come si sono trasformate dagli anni della sua giovinezza, il Cardinale si sia deciso a lanciare il suo messaggio, che è quello di un nuovo umanesimo. Dove la novità è reale proprio perché non nasconde il suo cuore antico.

Da un progetto di nuovo umanesimo è infatti possibile criticare lo spirito del tempo, a partire da un discernimento dei "segni dei tempi". Viviamo disorientati la stagione del mondo globalizzato, delle società liquide, del turbocapitalismo, dell’avidità finanziaria, della fine delle ideologie, ma anche delle identità, e dell’avvento del pensiero unico che, se ha azzerato vecchie contrapposizioni polemiche, ha però ridotto il tutto al proprio vuoto spinto, al punto che nell’agone politico non ci sono più la destra e la sinistra, ma neanche ovviamente il centro.

Ci confrontiamo ogni giorno con i narcisismi dilaganti, con un consumismo che ha superato il possesso delle cose per gestire tra la gente il proprio delirio («domenica siamo aperti», anche per quelli che non possono spendere), con un individualismo aggressivo che ignora l’altro, anche quello che gli siede accanto in metrò, per rifugiarsi nei propri supporti elettronici, dove ancora una volta riesce a farsi afferrare dalla tecnica al di fuori di se stesso. Quando vengono meno i legami sociali, di territorio, d’ambiente, familiari, di parrocchia, non ci confrontiamo più con un’amicizia indebolita o una solidarietà svanita, ma con il dilagare dell’invidia sociale.

Come possiamo dunque chiamare un tessuto sociale e civico caldo di relazioni e che funzioni, che sia in grado di fare progetti di futuro, di occuparsi e garantire chi fa fatica ed è finito ai margini? Nuovo umanesimo è un nome che funziona. Anzitutto perché evidenzia il filo di una lunga continuità. Perché questo è lo stile della storia e della storia della Chiesa: sempre la novità è figlia della tradizione, e anche le svolte a gomito ne fanno parte. Tutto ciò risulta funzionale all’elaborazione di un progetto di futuro senza del quale ogni futuro è impensabile. Era questo senz’altro l’orizzonte di papa Montini, che l’Arcivescovo ripercorre, e che vive un drammatico tramonto nell’assassinio di Aldo Moro.

L’idea di fondo del Discorso pare a me sia questa: non c’è umanesimo senza la fatica di pensarne e sperimentarne il progetto. Nello spazio privato come in quello pubblico, il credente è chiamato a confrontarsi sospinto dal lieto annunzio del Vangelo. Scola ci prova e lo fa a partire da Milano, dedicando il terzo capitolo del Discorso alla ricerca delle vie possibili del nuovo umanesimo, nel quale passato e futuro si tengono, anzi non c’è futuro senza memoria del passato. Tutto ciò contribuisce a costituire la base e il fondamento di una proposta di vita buona, quella che riguarda l’esistenza di tutti giorni. Dove i milanesi e gli italiani sono chiamati a diventare popolo e ogni generazione deve sentirsi coinvolta. È proprio qui che il cardinale Scola ripropone la sua abituale osservazione sulle culture e le civiltà che «sono diventate meticce».

La vita per il credente, ma anche per chi pensa di non esserlo, è comunque «vita in comune», dal momento che la persona è costitutivamente un io-in-relazione. È sempre il nuovo umanesimo che, non limitandosi ad essere visione e progetto, prende in esame la condizione, per crescere di fatto nelle nostre società disorientate, di quei "corpi intermedi" da sempre cari alla dottrina sociale della Chiesa. La famiglia, il più eminente, le cooperative, le associazioni, il Comune, le organizzazioni sindacali e professionali sono infatti quegli «ambiti sociali in cui la tensione del popolo al bene comune funge da collante per rispondere a interessi legittimi». Abbiamo cioè bisogno di una democrazia che lavori alle proposte di un nuovo welfare comunitario, con generosità e senza quelle ingenuità scandalose che aprono la via alla corruzione.

Se è vero che non c’è politica sensata senza progetto di nuovo umanesimo, è anche vero che non ci si incammina verso un futuro dignitoso senza una grande tradizione educativa. Quella che è storicamente caratteristica del cattolicesimo ambrosiano, che a questo primato, nonostante inciampi di percorso e qualche passo fuor della via, non ha mai rinunciato. Scola cita in proposito i due arcivescovi Borromeo. Si può risalire più indietro e anche approssimarsi ai nostri giorni. Ripercorrendo la storia del cattolicesimo milanese da un arcivescovo all’altro è possibile ripartire da Sant’Ambrogio per arrivare al cardinal Ferrari, a Montini, a Martini e a Tettamanzi. E adesso, in continuità e comunione, habemus Scolam.

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