All’Università Cattolica la “lectio magistralis” a due voci tra il cardinale Angelo Scola e il rabbino Giuseppe Laras, primo confronto pubblico tra loro, promosso dalla Fondazione San Fedele e dalla Fondazione Maimonide

di Annamaria BRACCINI

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La Bibbia come «grande codice educativo dell’umanità», come lampada certa per i nostri passi incerti di donne e uomini che vivono e convivono, sempre di più, sotto il grande cielo del mondo.

Incontrarsi e confrontarsi proprio a partire dal “ruolo della Scrittura nel dialogo tra ebrei e cristiani” è stato questo, nell’intenso “Dialogo a due voci” tra il cardinale Angelo Scola e rav Giuseppe Laras, presidente del Tribunale rabbinico del Centro-Nord Italia e a lungo rabbino capo di Milano. Un riconoscersi fratelli e figli amati dall’unico Dio, in una consapevolezza fatta di esperienze personali, conoscenza approfondita dei testi sacri, riflessioni maturate in molti anni di studio e di ministero nelle rispettive fedi.

L’Aula Magna dell’Università Cattolica affollata di centinaia “uditori della Parola”, di tanti sacerdoti della diocesi, di qualificati rappresentanti della Comunità ebraica non solo di Milano – presente anche l’attuale Rabbino capo Arbib – e della società civile (tra cui la sorella del cardinale Carlo Maria Martini, Maris), è stata la degna cornice di una serata bella e significativa, moderata da Gioachino Pistone della Chiesa Evangelica Valdese e aperta dagli interventi del rettore dell’Ateneo Franco Anelli e dei responsabili delle Fondazioni Maimonide e San Fedele, promotrici di questi “Dialoghi”. Che, ha ricordato rav Laras, affondano «le loro radici nell’amicizia e nella figura indimenticabile del cardinale Martini», alla cui memoria gli ebrei italiani, con l’immediato appoggio della nostra Chiesa, hanno deciso di dedicare una foresta in Israele e nel nome del quale in giugno si svolgerà un viaggio in Terra Santa.

«Anche se la Bibbia sembra oggi essere assente o lontana, essa rimane una fonte di ispirazione fortissima per l’esistenza – ha evidenziato Laras parafrasando il Salmo 119 -. La Scrittura che ci è stata data è la lampada che impedisce di cadere nel cammino della vita». Pensare al trascendente, orizzontarsi guardando “in alto” è ciò che salva, sempre, ha aggiunto: «Occorre leggere e rileggere la Torah perché nelle sue pagine vi è già tutto».

«La Bibbia è il documento scritto del dialogo che Dio rivolge in primis a Israele e, attraverso Gesù Cristo, estende alla Chiesa, per coinvolgere ogni uomo e l’umanità nella sua totalità. Come afferma papa Benedetto nell’Esortazione apostolica post-sinodale Verbum Domini, la novità della rivelazione biblica consiste nel fatto che Dio si fa conoscere nel dialogo che desidera avere con noi – ha detto l’Arcivescovo in apertura del suo intervento -. La sostanza delle “Dieci Parole” è l’Alleanza: senza il legame di appartenenza reciproca a Dio e alla famiglia umana non potrebbero efficacemente essere ripresentate quale canone morale universale. Ognuna di esse possiede un significato storico e comunionale».

Dai teologi Balthasar a De Lubac, entrambi “intervistati” nel 1985 – come lui stesso ha raccontato -, alle citazioni della Dichiarazione conciliare Nostra Aetate, fino alla Dei Verbum e ad alcune espressioni del magistero del cardinale Martini, quello dell’Arcivescovo è stato un articolato percorso storico ed esegetico dei tempi e delle ragioni profonde del dialogo ebraico-cristiano. Confronto con i «fratelli maggiori e prediletti», che ha precise indicazioni e ricadute pratiche per il presente, soprattutto perché «le sacre Scritture che condividiamo racchiudono un patrimonio di fede che insieme possiamo offrire al mondo intero, coinvolgendolo nella scoperta del Dio Unico, che chiama tutti i popoli a stringere un Patto di alleanza e di salvezza, di amore e di gioia. Questo grande lavoro possiamo compierlo insieme».

«Siamo tutti responsabili di tutti – ha spiegato Laras -, con una corresponsabilità difficile, ma che proprio per questo ci deve rendere più consapevoli nel perseguirla. Occorre cercare, appunto nello spirito e nella lettera delle Scritture, l’insegnamento di fratellanza che da queste ci viene e che, oggi, è in gran parte dimenticato».

«Si deve fare di più a diversi livelli – ha concluso il Cardinale -. Ritengo che un aspetto particolarmente significativo sia che il dialogo interreligioso è ora arrivato anche sul piano popolare, dunque attraversando l’esperienza concreta della vita con i suoi affetti, nel rapporto uomo-donna, nel modo di intendere la famiglia, il lavoro, la festa. Il fatto che, in un meticciato di civiltà, persone di religioni diverse si leghino è un elemento assai prezioso per il futuro dell’Europa».

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