Risposte interessanti e in parte sorprendenti alla rilevazione condotta dalla Fondazione Don Silvano Caccia Onlus sullo stato di benessere relazionale e psicologico degli adolescenti nel Comasco e nel Lecchese

fondazione don caccia

La Fondazione Don Silvano Caccia Onlus, che comprende quattro consultori nel territorio comasco e lecchese, in particolare nelle città di Merate, Cantù, Erba e Lecco, rende noti i risultati di un’indagine sviluppata tra febbraio e maggio, somministrata a 2500 ragazzi tra gli 11 e i 18 anni, riguardo al loro stato di benessere relazionale e psicologico.

«Questa indagine nasce dal bisogno di capire come stanno davvero i ragazzi – spiega Claudia Alberico, direttore generale della Fondazione -. Non volevamo limitarci a ragionare sul numero degli accessi dei ragazzi in consultorio o sulle richieste dei genitori che chiedevano aiuto ai nostri operatori. Abbiamo deciso di dare voce ai ragazzi. Ecco perché abbiamo diffuso il questionario sul territorio che ben conosciamo, attraverso le parrocchie e le scuole con cui siamo in contatto diretto da anni».

In questi mesi di pandemia il benessere psico-fisico di bambini e ragazzi è stato un po’ dimenticato per ragioni più o meno plausibili. Oggi però c’è il dovere e la responsabilità di riprendersi cura di loro, perché il futuro non ha bisogno di giovani impauriti, demotivati, ansiosi, iperconnessi per noia, bensì di giovani in grado di usare il sapere consegnato loro e le competenze acquisite.

La risposta del territorio è stata decisamente significativa. Su un campione di 2501 ragazzi (41% maschi e 59% femmine), 1053 appartenevano alla scuola secondaria di primo grado, mentre 1448 alla secondaria di secondo grado.

«Sono rimasta colpita da alcune risposte date dai ragazzi che segnalano una tendenza positiva: non me l’aspettavo – ammette Simona Orsenigo, psicologa e psicoterapeuta, referente delle attività esterne per il consultorio di Cantù -. Parlo della riscoperta del valore della famiglia e del non aver patito la diminuzione della privacy, intesa come sana necessità di intimità per l’adolescente, da rispettare anche e soprattutto in famiglia. Dall’indagine emerge anche l’importanza per i ragazzi dello sport e della vita all’aria aperta. L’invito alla riflessione da questa indagine vale per tutti: tutte le agenzie educative e le realtà territoriali, come scuole, oratori, parrocchie, società sportive».

«Mi preoccupano le ore passate davanti a dispositivi elettronici: questo ci è dispiaciuto e non ci ha stupito vederlo anche nella nostra indagine – sottolinea Daniela Genesini, psicoterapeuta e referente delle attività esterne del consultorio di Merate -. Il 18% degli adolescenti ha ammesso di voler smettere di utilizzare i social, ma di non riuscirci. È tempo di dare spazio alle relazioni tra pari: i ragazzi ne hanno bisogno più che mai».

Insieme ai ragazzi che hanno dichiarato un malessere (41,8%) ce ne sono molti (21,7%) che hanno manifestato ancora tanta voglia di fare, pensieri per il futuro, l’idea che in famiglia si sta bene. Segno evidente che un adolescente su cinque è riuscito a sviluppare una sorta di resilienza. «Noi adulti dobbiamo esserci per i ragazzi che hanno dichiarato di non star bene, ma anche per quelli che hanno risorse proprie, che vanno sostenute», aggiunge Alberico.

«Il mondo degli adulti non è chiamato a intervenire solo nelle situazioni in cui emergono fragilità o per sedare istanze distruttive degli adolescenti – puntualizza Elena Galluccio, psicologa e mediatrice famigliare, referente delle attività esterne del consultorio di Lecco -. Interessante è la risposta dei ragazzi alla domanda “Quando la pandemia sarà finita…”: più del 40% risponde di non riuscire a immaginare il proprio futuro. Questa affermazione ci interroga su quanto gli adulti (genitori, insegnanti e altri professionisti) siano in grado di offrire ai ragazzi un mondo in cui potersi immaginare. Altra domanda interessante è: “Come stai?”. Un adolescente su tre risponde: “Normale”. Forse i ragazzi ci stanno dicendo che hanno molte più risorse di quelle che pensiamo noi, o che l’indifferenza al contesto sia una forma di difesa messa da loro in atto per poter sopravvivere?».

«Richiamarci tutti al compito educativo: questo deve essere il primo effetto di questa ricerca – rileva Emanuele Fusi, Insegnante in un liceo di Monza e all’Università Bicocca di Milano, pedagogista presso il Consultorio di Erba -. Dobbiamo ripensare all’esperienza educativa che offriamo a tutti gli adolescenti e preadolescenti, perché solo così sapremo poi focalizzare l’attenzione sui più fragili, evitando generalizzazioni o semplificazioni. Noi adulti siamo convocati, tutti, come genitori, insegnanti, educatori, a giocare insieme la sfida educativa. È un tempo che dobbiamo rendere generativo: offriamo spazi creativi e immaginativi, apriamo lo spazio del possibile, prendiamoci cura di ciò che c’è. Re-impariamo cosa vuol dire stare a fianco dei ragazzi e a prenderci con loro la responsabilità che il tempo richiede».

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