Oltre un migliaio di giovani hanno partecipato al secondo “dialogo della fede” con l’Arcivescovo. «Raccontate la bellezza dell’essere testimoni - ha detto Scola - Giocarsi in prima persona è cifra della vera testimonianza»

di Annamaria BRACCINI

scola e i giovani malpensa

L’incertezza che attraversa la vita giovanile e la certezza che è il Signore, «roccia a cui aggrapparsi», «relazione costitutiva» sulla quale costruire una vita aperta agli altri a 360°, al «noi e al futuro». E, poi, la dimensione del dono, della gratuità, e quella domanda radicale sul dolore fisico e morale che chiede una risposta non facile: fidarsi e affidarsi al Dio vicino, con una fede che vince e convince. Il cardinale Scola arriva nella grande “Area gruppi” dell’aeroporto di Malpensa per il secondo Dialogo della fede con i giovani, che si affollano in oltre 1100 per un incontro che diviene scambio di idee, di interrogativi ed esperienze: insomma quel «giocarsi in prima persona» che «è cifra  lo dice più volte l’Arcivescovo – della vera testimonianza».

E quando in apertura, Giulia comunque presente a Malpensa, racconta in un bel docu-film la malattia della zia e come un evento così tragico l’abbia segnata e costretta a porsi domande su «come sia compatibile il male con Dio», il Cardinale subito dice: «L’unica risposta a questo immenso interrogativo è Gesù, che non ha elaborato teorie sul male, ma lo ha preso su di sé in un abbraccio carico di amore, salendo sulla croce».

È qui che nasce quella “relazione costitutiva”, che è il filo rosso che annoda tutto il dialogo, e, per così dire, scioglie i “nodi” creati dall’altrofilo che continua a emergere dalle parole dei ragazzi: l’incertezza, il timore del domani, la paura di non capire a pieno quello che Pavese definiva il «mestiere di vivere». Mestiere che deve diventare, invece, arte dell’esistenza, pare suggerire l’Arcivescovo quando, riflettendo sul significato di ritrovarsi in un aeroporto, richiama il simbolo del viaggio. Itinerario che, nel suo breve intervento, monsignor Pierantonio Tremolada, vicario episcopale per la Pastorale giovanile, definisce «emblema della vita che è movimento e continuo cambiamento».

«Anche Gesù ha viaggiato verso Gerusalemme e il suo viaggio si chiama Via crucis» spiega il Cardinale a Ernesto, sbarcato a Milano da Ferrandina, piccolo paese del Materano, per studiare Medicina, che racconta la sua esperienza in terra di missione a Valparaiso, dove ha ritrovato il senso del credere: «Occorre, tuttavia, avere chiare sull’origine e la mèta dell’andare, appunto la relazione con Cristo, altrimenti si vagabonda, non si viaggia».

Da Kerouac a McCarthy, da On the road a La strada, il riferimento si fa stringente, anche per i dubbi di Miriam di Magenta, una degli Spinners che, raccogliendo le inquietudini, di altri coetanei, chiede: «Come posso vivere la vocazione?». «Dobbiamo recuperare il significato vero di questa parola che – nota l’Arcivescovo -, come molte altre del vocabolario cristiano è un poco usurata. La vocazione è una chiamata, viene da un Altro che vuole per ognuno di noi un “destino” irripetibile, nel senso nobile del termine». «Destino», che, non a caso, ha la stessa radice etimologica della «destinazione» di un viaggio che nasce dalla vita e che non ha come ultimo atto la morte, ma la vita eterna.

E se, ancora, il pensiero di giovani che scrivono in tempo reale da Lentate sul Seveso, Barlassina e Besana Brianza va «all’incertezza del vivere, alla paura del “mettersi in moto”, all’“aridità” che talvolta si sperimenta anche nella vita ordinaria delle comunità», la risposta dell’Arcivescovo non si fa attendere: «La certezza è la fede, è il Signore: noi veniamo da un Padre e andiamo a un Padre e questa origine e mèta influiscono in ogni momento nella nostra vita».

E intanto continuano ad arrivare domande, anche dai seminaristi di Vengono, da qualche sacerdote come don Elio, da Giorgio che si chiede come «leggere alla luce della fede la scelta del Papa». «La decisone del Santo Padre è epocale ed è destinata a provocare tutti i fedeli. Al di là delle prime reazioni di incredulità, l’importante è guardare a questa testimonianza di libertà che viene da una fede solida e dall’umiltà. È una profondissima intelligenza della fede quella che Benedetto XVI propone».

Una riflessione, questa dell’Arcivescovo, che illumina anche quel ricorrente tornare al problema della presenza del male nella società e nel privato, e di come conciliarlo con il credere, con l’affidarsi al Signore. Giacomo da Concorezzo, Carlo da Arluno, un giovane di Vignate, Maurizio da Arcisate se ne fanno portatori. «Nell’esistenza ci sono gioie e dolori, momenti sereni e tribolati, ma la vita è una e ciò lo comprendiamo solo se ci apriamo veramente a un “noi” fondato nella “relazione costitutiva” nella quale dobbiamo accettare di essere immersi – ritorna a sottolineare l’Arcivescovo -. Solo così si sfugge al narcisismo, all’io che vuole le luci della ribalta».

Così si capisce anche «la difficile tempistica che chiede il Signore», su cui si sofferma Alice di Gavirate. «Con il Signore il viaggio della vita prende sempre più gusto, Lui è il fuoco che attrae, la fede che diventa principio di conoscenza commossa della realtà». Da qui la consegna per il domani. «Raccontate la bellezza dell’essere testimoni, l’umanesimo umano che è il cristianesimo, Gesù che sempre porta la gioia. Ditelo a tutti che il contrario di una vita “distratta” non è l’“attenzione”, ma l’“attrazione”. Non dovete temere la liquidità di questa società, se siete comunità, tutto il domani è vostro».

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