Nella Celebrazione presieduta, nella basilica di Sant’Ambrogio, dall’Arcivescovo, Elena Bianchi e Cristina Scuccia hanno professato i Voti perpetui. «Le persone che si consacrano intendono la libertà non come una rivendicazione di solitudine, ma la propongono come decisione di costruire legami»

di Annamaria BRACCINI

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Un segno semplice nella sua bellezza evidente e nella sua forza docile e nascosta, un seme piccolo che, però, è un contributo per cambiare il mondo.
Nella basilica di Sant’Ambrogio – dove trovano posto tante religiose e fedeli – due giovani donne, Elena Bianchi delle Suore di Santa Dorotea di Cemmo e Cristina Scuccia, delle Orsoline della Sacra Famiglia, professano per sempre i Consigli Evangelici davanti alla Comunità diocesana durante la Celebrazione presieduta dall’Arcivescovo che, poco prima dell’inizio, sosta in preghiera nella Cripta presso le venerate reliquie santambrosiane.
Concelebrano il Rito una quindicina di sacerdoti tra cui il cardinale Francesco Coccopalmerio, i vescovi ausiliari e vicari episcopali per la Vita Consacrata femminile, monsignor Luigi Stucchi, e per la Vita Consacrata maschile e le forme di Nuova Consacrazione, monsignor Paolo Martinelli.
L’ “Eccomi, Signore” pronunciato dalle Candidate chiamate per nome, precede l’omelia del vescovo Mario che delinea il senso della Professione religiosa dei Voti perpetui per il mondo di oggi e di quella che chiama “una mistica della Comunità”, modellata sul capitolo 4 della Lettera di san Paolo agli Efesini.
«La gente del nostro tempo coltiva pensieri audaci nella persuasione di essere originale anche solo perché presenta buone ragioni per essere infelice; ritiene che il vertice del pensiero sia il pensiero critico e che il vertice della sapienza sia lo scetticismo. Perciò disquisisce di Dio come se fosse un argomento su cui pronunciarsi, dicendo “io non ci credo, io ci credo ma a modo mio, non può esistere un Dio in un mondo così sbagliato”. La gente del nostro tempo, mentre ritiene verità indiscutibile l’ultimo titolo battuto dalle agenzie, chiede delle prove, dei segni per credere in Dio e adduce prove e segni per negare ogni fiducia»
È di fronte a gente così «intelligente» (un poco tutti noi) che la parola del Vangelo può sembrare sconcertante.
«Gente dai pensieri audaci e dalle domande esigenti, voi che cercate segni grandiosi e convincenti secondo le vostre aspettative, devo deludervi: il Regno di Dio è il più piccolo tra tutti semi, è una quantità insignificante e simile al lievito».
Segno di questo Regno che viene è, appunto, l’evento «solenne e commovente della Professione religiosa dei Voti perpetui». E seppure, in un giorno così importante, si può essere facilmente indotti – nota l’Arcivescovo – a fare di coloro che si consacrano «delle eroine, delle persone eccezionali che compiono scelte originali e che decidono rinunce sorprendenti per la sensibilità e l’immaginazione del nostro tempo, tuttavia queste donne che si fanno avanti non vogliono attirare l’attenzione su di sé perché ciò che le ha convinte a giungere fin qui è quella vicenda misteriosa che si chiama vocazione».
Ma che segno è la Vita consacrata, segno del Regno che è vicino?
«Il cantico di questa Celebrazione esalta quella che chiamerei una specie di mistica della comunità. Non stiamo, infatti, celebrando una spiritualità della solitudine, ma piuttosto dell’appartenenza; non stiamo contemplando un’avventura dell’interiorità, ma piuttosto l’affidarsi alle relazioni, non identifichiamo il più piccolo tra tutti semi come la missione individuale, ma piuttosto come la profezia offerta da un convivere fraterno»
È la “mistica” che di ritrova nell’Inno paolino della Lettera agli Efesini, definito «dell’unità».
«Noi celebriamo l’unità non in nome della simpatia, ma il nome della docilità allo Spirito; non per l’uniformità dei pensieri e degli interessi, ma nella molteplice varietà delle persone irripetibili e pure capaci di custodire i medesimi sentimenti di Gesù e di volersi bene; non perché sono tutte giovani a tutti anziane, ma perché sono tutte ardenti dello stesso amore per il Signore».
La mistica della comunità è offerta, allora, come una profezia, una provocazione, una chiamata a conversione. «Le persone che si consacrano vincono, infatti, la tentazione di intendere la libertà come una rivendicazione di solitudine e di indipendenza, ma la propongono come decisione di costruire legami, di praticare l’obbedienza come forma di amore nella mirabile polifonia di vite che cantano; vincono la tentazione della suscettibilità e dell’insindacabile ostinazione nelle spigolosità dei caratteri. Esse, invece, indicano lo stare insieme in maniera degna della vocazione, con ogni umiltà dolcezza e magnanimità sopportandosi a vicenda nell’amore e contestano le pretese dell’individualismo, celebrando l’irradiarsi della gioia della vita comune».
«La mistica della comunità è anche uno struggente desiderio di un’evidenza semplice, senza retorica, senza luoghi comuni, che non diventa una predica e un lamento che semina grigiore, inducendo alla rassegnazione nella mediocrità. Lo struggente desiderio si dedica a correggere gli stili che producono frustrazione invece che splendore: non è l’imporsi di un’ascesi come se la comunità fosse una pratica penitenziale».
Insomma, di fronte a gente che oggi, come 2000 anni fa, vuole segni clamorosi, la storia di due giovani donne che si consacrano per sempre al Signore è un segno, «un contributo per cambiare il mondo e dire che il Regno è vicino». Anzi, vicinissimo e coinvolgente come appare nel “Sì, lo voglio”, nella prostrazione alle Litanie dei Santi, nella formula della Professione perpetua dei Voti di castità, povertà, obbedienza che le candidate – accompagnate dalle rispettive Superiore generali e da due suore testimoni per ciascuna – pronunciano davanti all’Arcivescovo; infine, nella recita della preghiera di Consacrazione e nella consegna dei simboli – le Costituzioni, la lampada è l’anello – segni sponsali della loro fedeltà a Cristo.

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