La testimonianza di Emanuele Tresoldi, da dieci anni impegnato nei Centri d’ascolto del decanato Centro storico di Milano, di cui è oggi coordinatore

di Filippo MAGNI

homeless di Philip Bitnar
Foto di Philip Bitnar

«Ma che povertà ci saranno mai intorno al Duomo?». Se lo sente chiedere spesso Emanuele Tresoldi, da trent’anni nel no profit e da dieci impegnato nei Centri d’ascolto del decanato Centro storico di Milano, dei quali è oggi coordinatore. «La risposta non è scontata – ribatte -, ma è vero che incontriamo frequentemente povertà nascoste, vanno cercate». Per questo, oltre ai classici sportelli presso le parrocchie, sono fondamentali «i centri d’ascolto nelle relazioni, sul territorio. Spesso un anziano in difficoltà economica, o solo, non si rivolge alla Caritas, ma si sfoga con un volontario incontrato al mercato, o passeggiando. Si attiva così un percorso di aiuto».

Capita anche con i giovani: «Una recente ricerca ha rilevato che 2 adolescenti su 10 praticano atti di autolesionismo (dati Osservatorio Nazionale Adolescenza riportati da espresso.it) – spiega Tresoldi -. Si tagliano, in punti del corpo non visibili, spesso a seguito di eventi che vivono traumaticamente, come separazioni dei genitori dei quali si sentono in qualche modo responsabili». È un disagio difficile da intercettare, spesso neanche in famiglia ce ne si accorge. Ma se gli insegnanti, i farmacisti, i sacerdoti, i genitori si parlano, aggiunge, «si crea una rete in grado di individuare e affrontare il problema».

Lo sforzo del coordinamento Centri d’ascolto è costruire sinergie nel Decanato perché la persona aiutata si senta parte di un percorso, accompagnata attraverso diverse agenzie che lo possono aiutare. «Inventando nuovi strumenti – precisa Tresoldi -, con logiche innovative che sappiano affrontare il cambiamento dei bisogni. Partendo però sempre dalla persona e dalla sua famiglia».

Fino a pochi anni fa, le persone che si rivolgevano ai Centri d’ascolto del Decanato erano per l’80% stranieri, con relazioni sociali deboli, bassa scolarizzazione. Oggi invece «la maggior parte degli utenti ha profilo medio, sono i cosiddetti “penultimi” che la crisi ha fatto scivolare verso il basso». La crisi o debolezze personali. Come è accaduto, caso emblematico, a un giovane trentenne «proveniente da una buona famiglia, – racconta Tresoldi – con una buona istruzione, relazioni affettive sane. Dopo un litigio in casa si è trovato, neanche lui sa come, a vivere senza fissa dimora, dormendo in via Torino». Con un conseguente degrado personale, finché ha deciso di bussare alla porta di un centro d’ascolto. «Abbiamo dato una risposta immediata ai suoi bisogni – afferma il coordinatore – costruendo poi con competenza un percorso che l’ha aiutato a riannodare le sue relazioni sociali. In sei mesi ha trovato un lavoro e un posto letto». Una storia a lieto fine. «Non sono tutte così – conclude Tresoldi -. Sappiamo che non potremo, noi soli, eliminare i problemi dal mondo. Ma ogni persona deve avere un’occasione per uscire dalla propria povertà».

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