Monsignor Erminio De Scalzi, vescovo ausiliare, ripercorre il legame di fraternità sacerdotale e di vicinanza spirituale col Vescovo elevato alla porpora cardinalizia nel Concistoro in programma in Vaticano

di Annamaria BRACCINI

renato corti

«Questa nomina onora e allieta la Chiesa ambrosiana». Monsignor Erminio De Scalzi, vescovo ausiliare, abate della Basilica di Sant’Ambrogio, tiene anzitutto a sottolineare questi sentimenti, mentre ripercorre il legame di fraternità sacerdotale e di vicinanza spirituale con monsignor Renato Corti, che verrà elevato alla porpora cardinalizia nel Concistoro di sabato 19 novembre.

Originario di Galbiate (Lecco), dove è nato nel 1936, il futuro Cardinale è stato ordinato Vescovo nel 1981, dopo che l’anno prima il cardinale Martini l’aveva nominato Vicario generale della Diocesi. Dopo 11 anni alla guida della Chiesa di Novara, Corti risiede oggi presso la Casa dei Padri Oblati missionari di Rho.

Monsignor De Scalzi, quali sono i suoi ricordi personali di questa amicizia?
Credo che per don Renato – continuo a chiamarlo così – il cardinalato sia stata una sorpresa, come ha detto lui stesso. E fu accolta come una sorpresa, allora, anche la sua nomina a Vicario generale della Diocesi di Milano, quando monsignor Ferdinando Maggioni lasciò questo incarico per divenire Vescovo di Alessandria. In quel momento, tutti i sacerdoti avevano manifestato il loro parere: Martini fece la scelta felicissima di Corti e inoltre, penso su suggerimento del cardinale Pellegrino, disse che sarebbe stato bello se il Vicario generale avesse potuto vivere in comunità con l’Arcivescovo. Io ero segretario di Martini insieme a monsignor Testore; monsignor Corti si è appunto aggiunto a questa piccola comunità che, mi piace ricordarlo, pregava insieme tutte le mattine, partecipava e celebrava l’Eucaristia con il Cardinale. Pranzavamo anche insieme: devo ammettere che don Renato arrivava sempre in ritardo, con una pila di fascicoli perché si tratteneva in Curia ricevendo fino a tardi; però cercavamo sempre di mangiare alla stessa tavola. C’era una bella vita comune, insomma. Sono stato proprio io – anche se ovviamente non sapevo cosa vi fosse contenuto – a portare, come segretario di Martini, la busta che riportava la nomina di don Renato a Vicario generale. Allora andai nel Seminario di Saronno, dove lui era stato prima Padre spirituale e, al momento della nomina, Rettore.

Se dovesse indicare un tratto distintivo del nuovo Cardinale ambrosiano, dal punto di vista spirituale, cosa sceglierebbe?
Devo dire che monsignor Corti è un uomo di profonda interiorità. La sua spiritualità si nutre della Parola di Dio, ma – in quegli anni per me di segreteria, e anche successivamente – ci ha fatto cogliere alcune spiritualità dell’oggi come quella di Madeleine Delbrêl o di Charles de Foucauld. Ci ha fatto innamorare di Newman: il motto del suo stemma è Cor ad cor loquitur, lo stesso di Newman, preso dagli scritti di San Francesco di Sales. La sua è una spiritualità molto personale, che però, come Vicario generale, appariva e traspariva quando parlava soprattutto ai sacerdoti. L’arcivescovo Martini aveva infatti affidato a lui la cura specifica dei preti. A tale peculiarità si aggiungeva anche una caratteristica che reputo molto importante. È rispettoso di tutti, capace di ascolto, don Renato: parla poco, ma quando lo fa non dice cose banali, così come è misurato e profondo. Ricordo dall’incontro con il Vicario generale si usciva sempre arricchiti.

 

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