Attualmente a Cuba, dopo un’esperienza da “fidei donum” in vari Paesi ormai ultratrentennale, don Ezio Borsani sottolinea: «Invece di conservare quello che si ha, bisogna creare qualcosa di nuovo, osare di più, sperimentare»

Da trent’anni in missione in vari Paesi, ora don Ezio Borsani è fidei donum a Cuba. «Sono partito nell’87 per il Camerun – racconta -. Poi, dopo una pausa di un paio d’anni, sono stato in Perù e successivamente in Brasile. Sono a Cuba dal 2017».

Che tipo di Chiesa è quella cubana oggi?
Si è aperta molto alla missione interna, all’annuncio, a dare testimonianza. È una Chiesa viva perché esce un po’ da se stessa. Una sua caratteristica per esempio è quella delle “case missioni”: nei vari quartieri alcune famiglie mettono a disposizione la loro casa per la celebrazione della Messa o la catechesi.

C’è stata anche più apertura da parte dello Stato?
Nei confronti della Chiesa ci sono ancora limiti e controlli, molte iniziative devono avere il permesso per poter essere realizzate, però senz’altro c’è più apertura rispetto al passato. Da parte nostra cerchiamo di seguire il cammino della Chiesa cubana, che ha preso come icona in questi anni la pagina del Vangelo di Luca dei discepoli di Emmaus.

E da parte della gente quale spazio c’è per l’annuncio del Vangelo?
Nonostante i sessant’anni di comunismo e quindi anche di ateismo, il senso religioso non si è mai spento e c’è una religiosità popolare di fondo, che spesso si esprime in un pluralismo di espressioni religiose molto ampio. Comunque il messaggio cristiano la gente non lo rifiuta. In varie parrocchie abbiamo iniziato le benedizioni sotto Natale, si entra facilmente nelle case, le persone ti ascoltano, sono ben disposte.

Nelle esperienze missionarie è più quello che si riceve di quello che si dà?
Sì. Io mi sono rinnovato come sacerdote, come cristiano e come persona, ma, da un diverso punto di vista, è un’altra Chiesa che ci chiama e crede che si può ricevere Gesù da uno che viene da un’altra terra, da un’altra cultura, da uno straniero.

Le Chiese sono differenti fra di loro e in che cosa?
Lo sono soprattutto per la cultura del Paese dove si trovano. L’America Latina è molto diversa dall’Africa. Cuba ha una storia tutta particolare: da un lato guarda alla Spagna, memore dei colonizzatori antichi, e dall’altro agli Stati Uniti.

In base alla sua esperienza ha un suggerimento pastorale buono anche per noi?
Il problema è più nostro che loro. Dobbiamo imparare ad andare, incontrare, a non impostare una parrocchia come una struttura centralizzata dove tutti devono venire. Bisogna uscire dalle nostre mura e avere una presenza decentrata come, per esempio, le “case missioni” a Cuba.

Quindi anche la nostra realtà in Italia è terra di missione…
Occorre osare di più, sperimentare, provare. Invece che resistere e cercare di conservare quello che si ha, bisogna creare qualcosa di nuovo. Dove sono stato non ci sono tradizioni fisse, molte volte si deve incominciare da zero: allora si prova, si inventa, non si è prigionieri di impostazioni già date. Questo mi sembra un atteggiamento importante che può servire anche da noi. (N.P.)

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