Fin dal 1808 la parrocchia assisteva i poveri e distribuiva la minestra a famiglie in difficoltà e ai barboni. Oggi si offrono 40 pasti al giorno, italiani e stranieri, dai 20 anni agli over 70

di Luisa BOVE

Mensa poveri Lecco
Roma 20-01-2012 Caritas, Mensa di Ponte Casilino, ' Cittadella della speranza ' Ph: Cristian Gennari/Siciliani

La “Mensa di San Nicolò” a Lecco è solo una delle tante esperienze di solidarietà che verrà presentata al Convegno di Caritas ambrosiana del 13 e 14 settembre a Seveso dedicato al tema dell’Expo 2015. La mensa lecchese, voluta dall’allora prevosto monsignor Ferruccio Dugnani, ha aperto i battenti il 23 aprile 1990, ma l’attenzione ai poveri ha una storia ben più lunga. Fin dal 1808, si legge negli archivi parrocchiali, la “Congregazione della carità” assisteva i poveri, poi nel 1939 la “Società di San Vincenzo femminile e maschile” ha iniziato a distribuire la minestra alle famiglie povere e ai barboni. Nei locali della canonica ognuno riceveva una tazzina di minestra, a Pasqua anche un pacco viveri e a Natale veniva organizzato un pranzo per tutti gli indigenti in un clima di accoglienza e di cordialità.

Attualmente la mensa di via San Nicolò 2, attigua alla basilica, è frequentata da una quarantina di persone. «Siamo aperti per il pranzo di mezzogiorno dal lunedì al sabato – spiega il responsabile Tino Fumagalli -, serviamo primo, secondo, contorno e se l’abbiamo anche la frutta». Quando ha iniziato, sette anni fa, venivano distribuiti 25 pasti, oggi sono 40. «Di solito vengono coperti tutti, ma qualche volta la richiesta è superiore alla disponibilità della mensa». Nessuno però se ne va a mani vuote: «Chi non riesce a entrare riceve comunque un cestino con un panino e una bottiglietta d’acqua». La mensa è frequentata da persone di tutte le età, da giovani ventenni fino a ultra settantenni, italiani e stranieri.

Negli ultimi cinque anni sono passate ben 29 nazionalità diverse. Nel 2013 i nuovi arrivati sono stati 276: il 20% italiani e l’80% stranieri, soprattutto originari della Romania (16%), Marocco (15%), Costa d’Avorio (8%); gli immigrati hanno quasi sempre un regolare permesso di soggiorno. L’anno scorso sono stati distribuiti in tutto 8.168 pasti per 1.193 presenze complessive, tenendo presente che l’impegno della Caritas è quello di realizzare progetti complessivi per il benessere delle persone aiutate, non solo quello di fornire cibo.

Gli italiani che frequentano la mensa vivono in condizioni di precarietà estrema, sia per il lavoro sia per l’aspetto abitativo, tuttavia non si tratta di senza fissa dimora, se non in casi eccezionali. A gestire la mensa sono tre cuochi che cucinano due giorni ciascuno e una trentina di volontari a turno: «Uno registra le presenze al computer e altri due servono a tavola, apparecchiano e sparecchiano, poi puliscono il locale». La loro età varia dai 20 agli 80 anni.

Tempo fa si sono accorti che il numero di frequentatori della Mensa San Nicolò cresceva esponenzialmente. «Ci siamo resi conto che molti venivano dalle province vicine, in particolare da Milano e Bergamo, perché da noi trovavano maggiore disponibilità, mentre nelle altre città c’erano lunghe file d’attesa. Quindi prendevano il treno senza pagare il biglietto e venivano fino a Lecco». Oltre a loro c’era anche gente che sfruttava la situazione pur non avendo la necessità. «Così abbiamo deciso di costituire una commissione che esaminasse le richieste», dice Fumagalli. «Ora attraverso un colloquio previo si valuta ogni situazione: quando arriva una persona nuova si richiede un documento di identità, anche per motivi di pubblica sicurezza, poi si verificano i requisiti, quindi viene registrata e solo allora ha il permesso di accesso alla mensa». La commissione si riunisce ogni giovedì per permettere l’ingresso dei nuovi candidati senza lasciar passare troppi giorni. «Abbiamo comunque stabilito di far entrare solo i residenti della provincia di Lecco».

Alla mensa non si vedono famiglie intere, «anche perché non accettiamo i bambini – spiega il responsabile – perché vengono anche tossicodipendenti, ex carcerati, alcolisti… Io devo cercare di tenere un clima tranquillo, anche se il fuoco può accendersi in ogni momento e a volte succede. Anche le parole non sono sempre delle più gentili…».

«Per quanto riguarda la fornitura di cibo – dice ancora Fumagalli – sono riuscito a creare una rete: vado a recuperare nei supermercati la merce in scadenza, ma ci sono anche persone che mi chiamano ogni mese, mi chiedono cosa ci occorre e ce lo portano. Ho contatti pure con gli oratori, con promotori di feste di paese, con un catering… e quando organizzano manifestazioni o servizi e avanzano del cibo, me lo portano direttamente o vado io a ritirarlo».

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