Il cardinale Scola ha visitato l'Istituto Nazionale dei Tumori, incontrando il personale e i pazienti e dialogando con loro; poi ha visitato anche il reparto pediatrico

di Francesca LOZITO

Scola_Istituto Tumori

«La domanda di salute e di guarigione che ogni uomo ha nel cuore è l’apertura a una domanda più grande, di salvezza». L’arcivescovo Scola dialoga con la “comunità” dell’Istituto nazionale dei Tumori di Milano: pazienti in attesa di una diagnosi, medici, familiari, volontari, malati. Dialoga con questa premessa in cui pone quel qualcosa di più alto, di più grande in cima a un discorso che tocca la dimensione del mistero.

Perché la tecnica da sola non basta per curare: occorre avere sempre ben in mente, come sottolinea Scola, che«il livello di profondità di una istituzione deriva dall’unione di vari aspetti: competenza, ricerca, attitudine umana, apertura e speranza». Si lascia scuotere dalle domande dei presenti, l’Arcivescovo. Come Antonella, che viene dalla Toscana e racconta: «Arrivata qui mi sono trovata sola. Devo ringraziare molte persone che mi hanno aiutato e devo riconoscere la tensione spirituale dei cappellani». Adele attende una visita di controllo, Nino è in cura da un anno e mezzo: «Sto affrontando la malattia come una opportunità per vivere meglio la mia vita – dice -. Sta avvenendo grazie alla vicinanza di molte persone».

Il cardinale Scola è particolarmente colpito da queste parole, che continuerà a citare in tutto il suo discorso, come una chiave di senso rispetto a tutto quello che è possibile dire in simili contesti. Riconosce il ruolo fondamentale delle cure palliative, nel momento in cui la guarigione non è piu possibile, e le paragona alla medicina genomica: «Perché come questo tipo di nuova medicina è proporzionata al singolo, così la medicina palliativa deve prendersi cura della persona. Fino all’ultimo».

In prima fila ad ascoltarlo c’è anche Gianni Bonadonna, che è stato medico e oggi è malato, e testimonia anche pubblicamente la possibilità di affrontare la malattia, convivendoci. Perché, come sottolinea l’Arcivescovo: «La clinica da sola non basta: occorre anche avere una attenzione imprescindibile nei confronti dell’uomo».

L’Arcivescovo ricorda come «studi biologici dicano che la capacità di vita dell’uomo è intorno ai 120 anni, ma voi che siete a contatto diretto con il dolore e la sofferenza – dice rivolgendosi direttamente agli operatori sanitari del nosocomio – e toccate con mano la partecipazione dei loro cari, sapete che questa fiducia complessiva e sacrosanta nelle scienze mediche non genera di per sè felicita, ma si accompagna troppo spesso alla crescita di fenomeni depressivi nelle società avanzate».

Il senso, quel senso più profondo dell’essere umano, sta nel fatto che «l’uomo – continua Scola -, per camminare, deve sapere bene dove va. Se la società, la famiglia, le comunità di amicizia non mi fanno incontrare la direzione e il senso della mia vita, come ciò che mi dà la forza di ripartire tutte le mattine, se manca questo, non c’è scienza che tenga». Perché «per superare la contraddizione tra il bisogno e la felicità ci vuole l’amore».

Scola ha concluso la visita nel reparto di pediatria: ha giocato a calcio-balilla con i piccoli pazienti, ha salutato loro e i familiari uno a uno, ha accolto i vari doni, tra cui un bellissimo disegno preparato apposta per lui dai bambini. E alla fine li ha ringraziati, «perché – ha detto – siete voi che oggi avete aiutato me a fare bene l’Arcivescovo».

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