Il cardinale Scola ha presieduto l’Eucaristia nella parrocchia Buon Pastore e San Matteo, per i cinquant’anni di consacrazione della chiesa e nella festa liturgica appunto di san Matteo. Siate una comunità viva, ha detto ai moltissimi fedeli presenti

di Annamaria BRACCINI

Gesù Buon Pastore e San Matteo

La gente che affolla, in una mattina tersa e piena di sole che fa ancora più bella Milano, il sagrato della parrocchia Gesù Buon Pastore e San Matteo, i tanti ragazzi e bambini, gli scouts con le loro insegne, gli anziani, il vicario episcopale di Milano, monsignor Carlo Faccendini,i sacerdoti del Decanato Vercellina, con il decano, mons. Gianfranco Poma.

Insomma, è tutto un popolo che si ritrova, per l’attesa visita del cardinale Scola, all’ombra della propria chiesa. Un tempio bello, luminoso e ampio che compie cinquant’anni, essendo stato consacrato dal cardinale Colombo nel 1964. Inoltre, l’Arcivescovo arriva proprio nella festa liturgica di San Matteo, apostolo ed evangelista e, al termine della Celebrazione, rimane con tutti i sacerdoti del Decanato.

«Sono molti i motivi che rendono questa visita assolutamente unica – nota nel suo indirizzo di saluto, il parroco don Luigi Francesco Conti – che sottolinea anche la felice coincidenza del XXIII anniversario di Ordinazione Episcopale del Cardinale» e la recente cresima conferita da Scola in Duomo ai ragazzi appunto del Decanato Vercellina. «Speriamo di essere per lei una consolazione nella fede», conclude il parroco.

«Siamo qui convenuti perché chiamati a Cristo, la misericordia personificata, Colui che non si ferma di fronte al nostro peccato, ma lo abbraccia dall’alto della croce, attirandoci a sé», riflette in apertura della sua omelia il Cardinale, evidenziando, a sua volta, i tanti eventi che fanno preziosa la Celebrazione. «Tuttavia questa occasione serve a ricondurci alla sostanza della nostra convocazione, la parola che meglio spiega il nostro essere Chiesa, che è un essere convocati da Cristo. Corrispondere alla propria vocazione è appunto rispondere a una chiamata che riguarda ciascuno personalmente e, insieme, tutti». Dal Vangelo, i due termini attraverso i quali l’Arcivescovo spiega il “cuore” della sua riflessione. «Quel “seguimi”, rivolto a Matteo e il suo seguirlo ci indica la strada del nostro corrispondere alla chiamata».

Un “appello” che riguarda ognuno, dai piccoli – il Cardinale ricorda la gioia di averli potuti cresimare in Cattedrale – «fino a chi è nell’ultima fase dell’esistenza terrena» e che a ciascuno chiede di interrogarsi sulla domanda fondamentale del nostro esistere. «Con quale disposizione del cuore rispondiamo all’invito che ci viene rivolto? Dove possiamo trovare l’energia e la forza di questa corrispondenza?».

Il suggerimento è di tornare alla Lettera di San Paolo agli Efesini, appena proclamata nella Liturgia della Parola, dove «si parla di predestinazione, una parola su cui si è discusso a lungo nella storia del cristianesimo, ma che se accolta nella sua immediatezza e semplicità significa che su ciascuno personalmente preso, c’e fin dall’origine, un disegno di amore della Trinità, che è legame strettissimo con Gesù».

È in una tale “garanzia” che sta la ragione della speranza, nella logica della salvezza di cui siamo eredi e che ci impegna, con la venuta di Gesù nella storia, a vivere secondo Cristo quotidianamente.

Da qui l’interrogativo e la consegna che l’Arcivescovo lascia alla Comunità riunita davanti a lui: «Riflettiamo sulla risposta che diamo a questo disegno, nel concreto, nel modo in cui viviamo gli affetti, il lavoro, il riposo, per come affrontiamo il problema della prova fisica o morale, del peccato, nella modalità con la quale, in una zona centrale di questa metropoli alla ricerca di una nuova anima capace di vedere le sue tante diversità di composizione etnica, lavoriamo per costruire una vita buona».

Condizione per sperimentare, nell’autenticità e unità, tutti questi aspetti, è il vivere la parrocchia, auspica il Cardinale. «Oggi – scandisce, infatti –, la nostra realtà pastorale ha bisogno di trovare forme semplificate per far risplendere la bellezza di Gesù; forme capillari, capaci di far brillare nel frammento la luce del tutto. Abbiamo bisogno di ogni fedele che non è mai un “cliente”, ma un soggetto di Chiesa», pur con le «nostre fragilità e mancanze che non sono un’obiezione al corrispondere alla nostra vocazione proprio perché Cristo è venuto per perdonarci, con l’abbraccio di misericordia e di amore con cui ci circonda ogni mattina».

Dunque, «seguire il Signore sia per noi un salto di qualità: questa e la nostra gioia, senza differenze siamo chiamati a questa esperienza pienamente umana che è l’essere cristiani».

E, infine, dopo che la parrocchia e la famiglia dell’artista dona al Cardinale l’opera “Gesù divino Maestro”, dello scultore Ettore Paganini (nella Cappella dell’Arcivescovado dello stesso autore vi è una bella “Cena di Emmaus”), ancora un breve rischiamo che ha il sapore di un chiaro auspicio. «Ho visto una parrocchia e un Decanato dalle radici solide, che sa educare e accogliere i giovani, ma che deve rischiare di più nella direzione del campo che è il mondo.Per far ciò non è necessario realizzare nuove iniziative, ma corrispondere alla vocazione, perché nella vita di tutti i giorni possiamo affrontare il quotidiano alla luce della fede. Due ambiti sottolineo: le famiglie, indipendentemente dai problemi che sono chiamate a vivere, debbono diventare, nelle nostre parrocchie, un soggetto più attivo di evangelizzazione e un luogo di fraternità e di sostegno nella comunicazione reciproca. Corrispondere alla vocazione significa essere “famiglie vive”, percorrendo le vie dell’umano e semplificando. Inoltre, i giovani devono educarsi all’amore, al dono gratuito della propria vita per scegliere, in futuro, la loro strada nel matrimonio o nella consacrazione. Lavoriamo per questo insieme come vera comunità educante».

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