Monsignor Bressan illustra i contenuti del convegno promosso in prossimità della Giornata mondiale del Malato: «Qualsiasi condizione è curabile grazie alla relazione: i Sacramenti ci permettono di sentire Dio vicino». Va in questo senso il nuovo master di formazione per personale sanitario, religiosi, religiose e cappellani

di Annamaria BRACCINI

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Monsignor Luca Bressan

«Il Volto del Dio vicino» è il titolo del convegno che sabato 8 febbraio, in prossimità della Giornata mondiale del Malato, viene proposto dall’Arcidiocesi, in un momento nel quale la Chiesa ambrosiana è impegnata nel cammino di riflessione sul ruolo delle Cappellanie ospedaliere e di formazione di quanti, a diverso titolo, hanno a che fare con i luoghi di cura e il rapporto medico-paziente. A monsignor Luca Bressan, vicario episcopale di settore che prenderà la parola dopo l’Arcivescovo, chiediamo di illustrare il significato del titolo della sua relazione, «La Chiesa “ospedale da campo” vicina a tutti i sofferenti»: «In questa società che sta cambiando, cambia anche il modo di vivere la malattia e di cercarne un significato. Di fronte a questo, anche la Chiesa è disposta a mutare linguaggio – ovviamente non il contenuto di ciò che trasmette -, per permettere al nocciolo genuino dell’esperienza cristiana di emergere in un momento di fatica come è quello della fragilità».

L’«ospedale da campo» è un’immagine suggestiva…
È l’immagine che usa papa Francesco e che qui verrà utilizzata per dire che – in un contesto nel quale si rischia di percepirsi isolati e soli – la Chiesa deve immaginare forme più fluide per stare accanto a chi soffre. L’ospedale da campo richiama immediatamente la guerra o le grandi calamità naturali, con la capacità di approntare spazi per soccorrere in fretta e sul luogo, offrendo anzitutto quella prima cura fondamentale che è il non lasciare mai nessuno solo. Non in tutte le situazioni, come è ovvio, si può arrivare a guarire, ma qualsiasi condizione è curabile grazie alla relazione. Ciò che vogliamo ribadire, come Chiesa, è quella che i Padri chiamavano la medicina salutis, ossia che i Sacramenti ci permettono di sentire Dio vicino, al nostro fianco.

È stato avviato un master di formazione, che vede alleate istituzioni come la Diocesi e la Regione, proprio per creare un itinerario formativo che coinvolga personale sanitario, religiosi e religiose, cappellani…
L’intuizione del Corso “«a spiritualità nella cura. Accompagnamento nel mondo della salute” è proprio quella di assumere alcuni linguaggi, mostrando come l’esperienza cristiana abbia qualcosa da dire in questo contesto, anzi, sia un ingrediente fondamentale di questi percorsi, con la sua capacità di dare visibilità e vitalità alla dimensione spirituale che è essenziale.

Di fronte agli sviluppi straordinari delle biotecnologie, è importante recuperare il senso del limite umano?
La Chiesa non è contro la professionalizzazione, ma intende dire che di sola professionalizzazione si può anche morire. Serve una riconsiderazione della malattia come momento della vita e, quindi, una sua collocazione all’interno dell’esperienza umana complessiva. Veniamo da un passato nel quale gli ospedali erano luoghi in cui dare ordine simbolico a quell’esperienza; ora, invece sono luoghi dove si cerca di dare una risposta tecnica al sintomo provato, ma nessuno si vuole più fare carico del significato esistenziale di ciò che il paziente sta vivendo.

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