Redazione

Come appariva piazza del Duomo guardando la cerimonia dall’alto. Un "colpo d’occhio" incomparabile per una cerimonia dai mille colori che diventerà storia.

di Annamaria Braccini

La piazza, i colori, i suoni amplificati perché tutti possano sentire e sentirsi parte di un momento che diventerà storia. E, poi, ancora le vesti solenni dei Vescovi e delle centinaia di sacerdoti concelebranti con il bianco che domina e il rosso di chi, come il cardinale Saraiva Martins, sull’altare rappresenta il vicario di Cristo in terra vicino a chi, come il cardinale Tettamanzi, è emblema di tutto quel grande popolo di Dio ambrosiano che idealmente si è dato appuntamento in piazza del Duomo. Gente semplice o famosa, i sindaci con la fascia tricolore, le autorità, gli alti gradi militari in divisa, ma anche – e forse soprattutto – i giovani accanto agli anziani, le suore Marcelline venute dall’altra parte dell’oceano e i ragazzi degli Istituti di don Monza che sorridono con i loro accompagnatori perché, come dice Paolo 20 anni, la luce negli occhi azzurri che guardano alla Madonnina, «siamo qui per una grande festa che abbiamo atteso tanto». Quella quasi simboleggiata dalle 15.000 sedie preparate e già occupate di primo mattino, ma testimoniata anche da coloro che passano oltre le transenne e si fermano dapprima incuriositi e, poi, dopo aver chiesto spiegazioni, sempre più coinvolti.

Insomma, un quadro vivente – proprio questo sembra la piazza guardandola dall’alto dell’Arengario – fatto di tante tessere multicolori, dei mille cuori che battono insieme, delle mani che si stringono, che nessun film e nessuna “location” potranno mai ricreare perché niente è più straordinario della realtà di una piazza del Duomo “vestita” di gioia e dei fazzoletti, gialli e rossi per don Monza e blu e gialli per monsignor Biraghi.

E poco conta, allora, il grigio della parte della facciata ancora in restauro, che talora si confonde con la tonalità ancora più scura di un cielo a cui le persone alzano gli occhi, incredibilmente quasi all’unisono, per chiedere il miracolo – ovviamente esaudito dai due neo-beati – di uno sprazzo di sole, che arriva puntuale alle 11.01 quando il cardinale Martins finisce di leggere la formula canonica di beatificazione. Sotto un cielo di Lombardia davvero “bello quando è bello”, anche quando non è del tutto sereno, e il cambio di luce fa ora più rosato, ora più bianco il ricamo del marmo del Duomo e comunque splendida la Madonnina che, come diceva il beato cardinale Schuster, «anche non vista tutti protegge dall’alto, in ogni attimo». Sempre: nel momento in cui “esplode” la felicità e l’applauso per gli stendardi di monsignor Biraghi e don Monza che si scoprono – e, in lontananza, riesci a vedere che persino un tram si ferma e i passeggeri scendono –, nella preghiera e nella riflessione cristiana dell’omelia dell’Arcivescovo, durate la quale anche i rumori della città per una volta tacciono, nella comunione portata dai preti in ogni angolo, dove tanti ombrelli rossi, tenuti da giovani boy scouts con i loro giubbotti catarifrangenti gialli che creano un singolare contrasto, indicano che là c’ è la cosa più importante: l’Eucaristia.

E, alla fine, come spiega un’anziana suora marcellina, parlando sottovoce con una consorella più giovane, si capisce tutta la profonda verità delle parole, lette dal cardinale Martins a chiusura del rito solenne, ancora del cardinale Schuster, che per una singolare coincidenza moriva, nel 1954, proprio nelle stesse ore di don Monza: «Altro ricordo non ho da darvi se non un invito alla santità. La gente pare che non si lasci più convincere dalla nostra predicazione; ma di fronte alla santità, ancora crede, si inginocchia e prega». Come duemila o cinquant’anni fa, oggi, magari agitando timidamente la bandierina di un Paese lontanissimo da Milano e raccontando in un italiano stentato, ma chiarissimo, «che, sì, è stata un’emozione che valeva un viaggio aereo durato ore e ore».

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