In occasione della Festa della Dedicazione, una riflessione dell’Arciprete dedicata all’inseparabile rapporto tra il Duomo, il Pastore e la Chiesa ambrosiana

di monsignor Luigi MANGANINI
Arciprete del Duomo

Duomo

Nel saluto rivolto al cardinale Angelo Scola nel giorno del suo Ingresso in Diocesi, facevo riferimento a un pensiero dell’arcivescovo monsignor Giovanni Battista Montini (1954-1963), che – contemplando il Duomo – amava parlare di una «fantastica apparizione tra cielo aperto e pianura immensa» e «dello stuolo di guglie oranti». La solennità della Dedicazione del Duomo, Chiesa madre di tutti i fedeli ambrosiani, ci esorta a considerare ulteriormente il rapporto tra il nostro nuovo Arcivescovo e la Cattedrale, sua e nostra.

È ancora nel magistero del cardinale Montini che troviamo pensieri altamente suggestivi: «Il Duomo è la sede dell’Arcivescovo; e chiunque sia che riveste tale carica […], qui è il successore di Ambrogio e di Carlo […]: il Duomo è la sua chiesa. La sua chiesa! Sì, qui è la sua cattedra, il suo altare. Qui è la sua casa, la sua aula d’incontro col popolo milanese. Non sentite ch’egli vi invita? Non sentite ch’egli vi chiama? Non sentite ch’egli vi parla? E cosa dice? Questo dice: Voi di Milano, vogliate sempre bene al vostro Duomo! E anche […]al vostro Arcivescovo! Il quale tutti vi benedice».

Sono diversi i pensieri racchiusi in questo intervento. La Cattedrale è un luogo di incontro, in particolare là dove l’Arcivescovo incontra il suo popolo. Certamente egli incontra la sua gente pellegrinando per la vasta Diocesi, secondo la tradizione dei suoi predecessori, ma il Duomo ospita gli incontri più significativi, proprio come è avvenuto nel giorno del suo Ingresso. Tuttavia questa sua destinazione non esaurisce la carica simbolica del Duomo. Una dimensione molto coinvolgente è quella della sponsalità: in qualche modo il Duomo rappresenta plasticamente la Diocesi, intesa come la sposa del Signore Gesù, di cui il vescovo è il segno privilegiato. La cura che noi tutti abbiamo della Cattedrale non è un fatto puramente logistico, ma esprime la necessità che la Chiesa diocesana sia quotidianamente preparata per l’incontro con il suo Sposo. L’onore di cui l’Arcivescovo è circondato, soprattutto quando entra in Duomo, è segno di questo riconoscimento della sponsalità della Chiesa, che si prepara per l’incontro con il suo Sposo, il Signore Gesù.

È proprio questa dinamica sponsale che aiuta a comprendere anche l’importanza di due luoghi liturgici: l’altare e la cattedra. L’altare del Duomo è il punto focale, quasi il centro della Diocesi, dove l’Arcivescovo – presiedendo l’Eucaristia – rende presente il mistero pasquale di Cristo; è il punto di irradiamento dell’amore del Signore per tutto il popolo di Dio e in particolare per coloro che alla Chiesa ambrosiana appartengono. Accanto all’altare ecco la cattedra, custodita – direi – con particolare gelosia secondo la nostra tradizione. Per l’Arcivescovo è il luogo dove egli esercita il suo compito di maestro e, secondo il pensiero montiniano, è il luogo dove l’Arcivescovo invita, chiama, parla. È certamente legata al suo magistero, ma è anche il luogo dove il padre siede e avvicina i suoi figli in modo familiare e autorevole.

Si comprende allora perché l’amore per la propria Chiesa ambrosiana, l’amore per il proprio Arcivescovo e l’amore per la propria Cattedrale, in un certo senso, siano indivisibili: «Voi di Milano, vogliate sempre bene al vostro Duomo! E anche […]al vostro Arcivescovo!». È questo il modo, molto concreto e delicato, per voler bene alla nostra Chiesa ambrosiana.

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