Presentato in Expo il Rapporto 2015 sulla povertà e l'esclusione sociale, "Povertà plurali". Dagli interventi e nella Tavola rotonda, il senso di un problema non solo di povertà alimentare, da affrontare in modo complessivo

di Annamaria BRACCINI

expo caritas

Expo si avvia alla sua conclusione e così si tirano le fila di presenze “forti”, dall’alto significato simbolico e concreto. Come quella della Chiesa, che ha permesso, ad esempio, ai duecentomila visitatori dell’edicola Caritas di riflettere sui temi della fame nel mondo, della sostenibilità e degli stili di vita. Problemi, questi, delineati e declinati secondo diversi punti di vista, anche attraverso un notevole numero di Convegni e di incontri promossi presso il sito espositivo. E, dunque, proprio nel suo Convegno finale in Expo, Caritas offre l’analisi del Rapporto 2015 sulle povertà e l’esclusione sociale, dal titolo “Povertà plurali”.
Significativamente promosso nella Giornata Internazionale contro la Povertà e all’indomani della Giornata per l’Alimentazione, il Convegno corona un «cammino lungo e molto ricco in cui si è creduto fin dall’inizio», come dice, aprendo i Lavori, monsignor Giuseppe Merisi, presidente di Caritas italiana dal 2008 al 2014, quando, appunto, si è decisa la necessità della voce della Caritas nell’Esposizione. 
«Già il titolo del Convegno – “Diritto al cibo. Interventi di prossimità e azioni di advocacy” -incentrato sul tema della povertà alimentare a Milano, in Italia e in Europa, esprime bene una complessità dei problemi in atto che chiede appunto prossimità. Non basta accontentarsi di generici appelli al bene comune», aggiunge Merisi. 
Anche perché gli obiettivi che coinvolgono tutti oggi, i “Global goals”, sono importanti, ambiziosi, ma raggiungibili, come ha detto Ban Ki-Moon in riferimento proprio alla sconfitta della fame nel mondo entro il 2030, varata dalle Nazioni Unite.

«La crisi ha avuto come riscontro crudo il porre al centro non le povertà di tipo relazionale, ma quelle materiali. Insomma, si è tornati a parlare di fame, ma questo non deve far dimenticare le molte facce del problema povertà», sottolinea Paolo Brivio, moderatore degli interventi che presentano e incrociano gli esiti di tre studi condotti da Caritas, il Rapporto italiano sulle povertà plurali – nato dall’esperienza quotidiana di 218 Caritas diocesane operanti sul territorio nazionale -, le cifre emerse a livello europeo e quelle evidenziate dai 53 Centri di ascolto di Caritas ambrosiana. 
«Se si considera l’ambito della povertà alimentare nei Paesi dell’Unione Europea, dal 2007 al 2013, l’Italia è la nazione dove essa è aumentata maggiormente, +129%. Le famiglie che dichiarano di non poter acquistare cibo in alcuni periodi dell’anno registrano un incremento del 60%, con una punta, al Sud, della 88%», scandisce Walter Nanni, responsabile dell’Ufficio Studi di Caritas Italiana. 
«I nostri dati, fondati su 1197 Centri di ascolto, parlano di quasi mezzo milione di persone (se consideriamo i nuclei familiari) che si sono rivolte a tali Centri: solo a Milano, 14.000». 
Interessante anche guardare all’identikit di queste persone, tra cui prevalgono gli stranieri, il 58% – a Milano, il 65,7 -, con una sostanziale parità tra donne e uomini. Il 70% ha un’età compresa tra i 25 e i 54 anni, il 75% ha una scarsa scolarizzazione, e nel 61 per cento dei casi si tratta di disoccupati, con un numero che, in Diocesi, cala al 55,6%. 
«Dal 2013 al 2015 colpisce il dato di un +4,1% di italiani che si rivolgono ai Centri di ascolto con una forte crescita di famiglie “sensibili”, cioè disgregate e deboli che devono far fronte al dramma della povertà», prosegue Nanni che ricorda le più di 190.000 persone che hanno fatto ricorso a mense Caritas nel 2914. 
Rilevante anche, come è ovvio, la relazione povertà-lavoro per cui il 61% di chi si rivolge a Caritas è disoccupato, ma vi sono anche gli occupati, i cosiddetti “working poor”. Particolarmente indicativa, in tale orizzonte, la percentuale registrata da Caritas Ambrosiana relativamente alla disoccupazione di lungo periodo (valutazione che non esiste a livello di Caritas Italiana), che sale dal 45 al 56%, confermando il dato Istat dei ventidue mesi come attesa media per ritrovare un lavoro.
In questa logica, evidente che si ponga ormai come necessario prevedere – l’Italia è l’unico Paese europeo a non avere una legge in merito anche se vi si sta lavorando – una piccola dote di inserimento per persone in difficoltà. Un reddito di inclusione sociale – il famoso Reis – cioè un sussidio economico minimo, come misura di lotta alla povertà, confermato dal dato apparentemente contraddittorio, che parla di un aumento del 30% della richiesta di sostegno finanziario, a fronte di una diminuzione del 13% relativa ai pacchi viveri. Segno che la gente chiede, anche per dignità, di non poter far fronte direttamente a necessità urgenti.
Davanti allo scandalo di novanta milioni di tonnellate di cibo gettate ogni giorno in Europa, ai cinquantatré milioni di cittadini del nostro continente che non riescono ad avere un pranzo proteico adeguato almeno due volte a settimana, e, dunque, sono considerate a rischio di fame, Caritas Europa – il network che raggruppa quarantanove Caritas nazionali -, sostiene con forza l’urgenza di pratiche condivise. «Abbiamo bisogno di mappare gli interventi delle singole Caritas per svolgere meglio il ruolo di advocacy, nel contesto della povertà alimentare, ma con uno sguardo complessivo, capace di promuovere lo sviluppo integrale della persona», spiega Jorge Nuño Mayer, segretario generale di Caritas Europa. «Per questo è necessaria la prossimità e l’accompagnamento».
«Lavorare per promuovere sviluppo e lotta alla povertà significa rendersi conto di molti ambiti collegati, come i conflitti, la depredazioni del territorio, le violenze che coinvolgono i Paesi, il degrado ambientale, l’ingiustizia economica ricordata dal Papa. Povertà e degrado alimentare saranno questioni  sempre più presenti e legate nel futuro, così come il binomio povertà e speculazioni finanziarie. Per lottare contro la povertà occorre una coerenza di politiche integrate e complessive: sanitarie, di istruzione pubblica, di giustizia, fiscali, politiche di sostegno alla famiglia», dice, da parte sua, Paolo Beccegato, vicedirettore di Caritas Italiana e responsabile dell’Area Internazionale, auspicando il «varo, nel Documento di Economia e Finanza, del Reis, per cui sarebbe necessaria una cifra sostenibili sisma di un miliardo,7 di euro». 
«La nostra presenza in Expo, come pungolo e coscienza critica, è stato fondamentale», conclude Michel Roy, segretario generale di Caritas Internationalis, richiamando la Campagna “Una sola famiglia umana, cibo per tutti”, che si concluderà a fine anno. «È la prima volta che Caritas ha voluto promuovere una Campagna mondiale e abbiamo visto passi avanti in questi due anni. Questo è molto importante. Continueremo a sostenere i piccoli agricoltori – che producono, secondo la FAO, il 70% del cibo consumato nel mondo – e l’accesso al cibo come diritto», promette. 
E se pensiamo che, fino a oggi, solo cinquantasei Paesi riconoscono che il diritto al cibo è un diritto fondamentale dell’uomo nelle proprie Costituzioni e nove stanno legiferando sul tema, proprio a seguito della Campagna, ben si capisce quanto la sfida sia aperta. 
Questa – dopo la premiazione dei giovani e delle scuole vincitori del Concorso fotografico nazionale Caritas-Muir, “Cibo per tutti: è compito nostro” -, l’appello e l’ultima parola dell’ultimo Convegno di Caritas in Expo. 

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