Redazione

A Marituba, nello Stato del Parà, messe di suffragio e preghiere
per Giovanni Paolo II nel ricordo della sua visita di 25 anni fa.
«Un giorno indimenticabile, che segnò per sempre la nostra vita»

di Mauro Colombo

Giovanni Paolo II è stato il Papa delle “prime volte”. Il primo Pontefice ad aver lavorato come operaio, il primo ad aver recitato in pubblico. Il primo a entrare in una sinagoga, il primo a recarsi in una moschea. Ma anche il primo a visitare un lebbrosario.

Accadde l’8 luglio 1980 a Marituba, nello Stato del Parà, in Brasile. Qui dagli anni Quaranta sorgeva una colonia che ospitava alcune centinaia di hanseniani, abbandonati dalle loro famiglie, dimenticati da tutti.

Dalla fine degli anni Sessanta si era preso cura di loro Marcello Candia, l’industriale milanese che aveva investito tutte le sue sostanze a favore degli ultimi della terra. Una decina di anni più tardi a lui si era affiancato monsignor Aristide Pirovano, vescovo missionario, già Superiore generale del Pime.

Candia e Pirovano avevano intrapreso un’immane e coraggiosa opera per recuperare i lebbrosi alla dignità umana, che stava cominciando a produrre i suoi frutti. E quando il Papa, in occasione del suo viaggio apostolico in Brasile, espresse il desiderio di recarsi in un lebbrosario, la scelta cadde su Marituba.

Sono passati quasi venticinque anni. Candia è morto nel 1983, Pirovano nel 1997. Marituba è oggi affidata ai Poveri Servi della Divina Provvidenza di Don Calabria, che si occupano delle parrocchie, degli asili, delle scuole e dei servizi sociali della città di 90 mila persone sorta attorno all’ex lebbrosario, che ospita ancora alcuni lebbrosi. E gestiscono un ospedale-gioiello, diventato un punto di riferimento per tutto il territorio.

Ma a Marituba non hanno dimenticato la visita elettrizzante del Santo Padre, e in questi giorni si sono raccolti in preghiera e hanno celebrato messe per lui. Non l’hanno dimenticato soprattutto gli hanseniani, alcuni dei quali hanno voluto portare le loro testimonianze di quel giorno, raccolte grazie alla collaborazione dell’Associazione Amici di Monsignor Aristide Pirovano di Erba.

«Fu il giorno più felice della mia vita – dice Juraci Rio Branco de Souza -. La sua presenza segnò profondamente il mio modo di vivere e di condividere con gli altri la malattia». «Quando mi avvicinai a lui provai tanta emozione che non trovai parole per dirgli tutta la gioia che sentivo nel cuore», aggiunge Terezinha Macedo de Almeida. «La presenza del Papa fu quanto di bello e di buono poteva capitare a Marituba. Gli ammalati lo ricevettero con gioia. Fu un giorno indimenticabile», sottolinea Rubens Martins da Silveira.

Più articolata la riflessione dell’avvocato Geraldo Moura Cascaes, anch’egli hanseniano: «Mai i lebbrosi di Marituba avrebbero potuto immaginare la visita di un Papa. Le prime notizie del suo viaggio in Brasile, con la possibilità che questo viaggio potesse estendersi fino al lebbrosario, non avevano avuto molto credito, perché pensavamo che fosse impossibile».

«Ma quando dom Aristide Pirovano e il dottor Marcello Candia affermarono che c’erano speranze che il Papa potesse visitare la Colonia, il dubbio cominciò a sciogliersi – continua -. Quando ci fu la conferma, tutti fummo presi da grande euforia. Attendemmo giorno per giorno, finché finalmente il momento sperato arrivò e l’ansia del popolo cessò».

Ed ecco il ricordo di quell’8 luglio 1980: «Fin dall’alba tutti eravamo molto agitati. Ogni ammalato ricevette una fascia gialla per essere identificato e per potersi muoversi nell’area della colonia. Alle 15, quando Giovanni Paolo II arrivò finalmente a Marituba sotto un sole cocente, gli ammalati lo accolsero acclamando con grande entusiasmo».

In quelle tre ore di visita «il Papa salutò e benedisse tutti. La folla sventolava bandierine, cantava in suo onore e gridava il suo nome, mentre le campane della chiesa suonavano accompagnate da un rumoroso scoppiettare di fuochi d’artificio. Ascoltammo attentamente il messaggio di affetto, di coraggio e di fede che Giovanni Paolo II ci indirizzò. La sua voce forte – conclude l’avvocato Cascaes – e’ ancora scolpita nella mia mente».

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