Redazione

Se nel nostro futuro, come predfigura il sociologo Aldo Bonomi, c’è una sorta di "città infinita" simile a Los Angeles, che partendo da Milano arrivi fino a Varese o a Lecco, ben venga chi da oggi lavora per dare un cuore alle nostre periferie.

di Andrea Giacometti

Non resta spiazzato dal discorso di Sant’Ambrogio del cardinale Tettamanzi, il sociologo Aldo Bonomi, direttore dell’Aaster. Ne apprezza le premesse profonde, radicali. Il punto di partenza. È così? «Sì, ciò che mi ha colpito del discorso dell’Arcivescovo è che non considera la dimensione della periferia in termini solo spaziali, ma lega fortemente la sua riflessione alla dimensione umana. Quella che in “sociologese” chiamerei antropologica».

Quando la condizione umana incontra drammaticamente la dimensione della periferia?
Quando l’uomo perde i legami di comunità ed è privo della capacità di riconoscere l’altro (con la “a” minuscola e maiuscola), vive nella periferia dell’umano. A quel punto non gli resta che “essere contro”. Come diceva Simone Weil, “chi è sradicato, sradica”.

Un approccio che la convince?
Mi affascina moltissimo. Le questioni sociali, spaziali delle periferie sono, prima di tutto, questioni antropologiche. Riguardano lo spaesamento dell’uomo senza territorio, senza reti di relazione.

Una condizione che produce ricadute anche nel quotidiano?
Come dice il Cardinale, è qui che hanno origine i fatti del quotidiano che ci angosciano, come il bullismo.

Come uscire da questo vicolo cieco della periferia come condizione umana?
Interessante come il cardinale Tettamanzi indichi, come via d’uscita, la necessità di passare dall’individuo alla persona (e qui c’è molto del personalismo di Mounier). In mezzo a questo passaggio si collocano le questioni “laiche”, dello spazio urbano, della politica, della società.

Condivide le riserve del discorso di Sant’Ambrogio nei confronti della “città infinita”?
La “città infinita” è il tessuto urbano che non finisce mai, che si estende da Milano a Malpensa nel Varesotto e all’aeroporto bresciano di Montichiari. Un concetto che è tornato recentemente anche nel dibattito su Milano “area metropolitana”. Il Cardinale sottolinea il rischio che si nasconde dietro alle funzioni (centri commerciali, aeroporti, discoteche). C’è il rischio che la città perda l’anima e si trasformi, ancora una volta, in periferia. O, meglio, in una grande Los Angeles.

Un rischio reale, dal suo punto di vista di teorico della “città infinita”?
Assolutamente sì. La faccia rovesciata della “città infinita” sono le infinite periferie, senza punti di riferimento, senza forme di convivenza accettabile, come denuncia il Cardinale. Ma c’è un rischio ancora più radicale.

Quale?
È durissimo l’Arcivescovo quando auspica che non si tenti di risolvere i problemi con una “ordinata ghettizzazione”.

Come si può reagire in termini positivi alle periferie dell’umano e alle periferie dello spazio?
Con una città poli-centrica e poli-archica (dal greco “arché”, potere), con tanti centri di interesse e tante forme diverse di poteri. Pensiamo a ciò che è cambiato: un tempo nei centri cittadini ci si abitava, erano luoghi di residenza, magari di ricchi e benestanti. Oggi tutto è cambiato: il centro è sede di funzioni, come banche, uffici, bar. Ma quando tutto questo si svuota, quando si spengono le luci, di sera, la città muore.

E per quanto riguarda le periferie?
Anche in questo caso è necessario fare rinascere nuove forme di socialità, nuove forme di relazioni umane. E qui si può essere abbastanza ottimisti.

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