Redazione

E’ stato uno dei tantissimi giovani che hanno conosciuto e seguito Lazzati. «Ci ha insegnato a mischiarci nel mondo e non chiuderci nelle “riserve cristiane” come possono apparire, alle volte, le parrocchie». Oggi insegna e principalmente si dedica alla sua passione nell’ambito della “fotografia sociale d’azione”, i suoi lavori sono stati pubblicati su quasi tutti i principali settimanali nazionali.

di Silvio Mengotto

«Ho conosciuto Lazzati all’età di 19 anni. La sua autorevolezza la si percepiva anche semplicemente negli sguardi e nelle sue parole. Per molti di noi sicuramente è stato un grandissimo punto di riferimento, imprescindibile per la sua grande coerenza di fede e, soprattutto, per la sua capacità di avere insegnato ad essere cristiani a testa alta. Ci ha insegnato a mischiarci nel mondo e non chiuderci nelle “riserve cristiane” come possono apparire, alle volte, le parrocchie».

E’ stato uno dei tantissimi giovani che hanno conosciuto e seguito Lazzati. Attilio Rossetti è nato a Milano nel 1958, diplomato in Servizio sociale all’Università di Siena e in Scienze delle religioni a Milano.

Rossetti si è sempre sentito coinvolto nelle problematiche sociali, sia umanamente e sia professionalmente, in particolar modo sul disagio giovanile. Nel ’97 consegue il diploma in fotografia presso l’Istituto Europeo di Design di Milano, che gli consente di coniugare l’impegno sociale con la ricerca estetica.

Oggi insegna e principalmente si dedica alla sua passione nell’ambito della “fotografia sociale d’azione”, i suoi lavori sono stati pubblicati su quasi tutti i principali settimanali nazionali.

Al suo attivo i servizi sulle sorelle di Madre Teresa di Calcutta di Napoli, Roma e Milano, sui vigili del fuoco nazionali e sulla guardia costiera. Con la Fondazione Magica Cleme, nata per l’assistenza ai bambini malati di leucemia, ha pubblicato insieme al professore Momcilo Jankovic, il libro Andrea ti aspetto a San Siro (Edit. Proedi), un viaggio fotografico dal buio alla luce della speranza.

Catapultato, per via del nipote malato, nel mondo della leucemia, Rossetti si è reso conto che «il dolore è un grande mistero», sollecitato dal professore Jankovic ha realizzato questo libro già venduto in 15 mila copie.

Qual è il suo ricordo di Giuseppe Lazzati?
Ho conosciuto Lazzati all’età di 19 anni, dovevo ancora partire per la leva militare. Una delle cose che il professore mi ha insegnato è stato l’inginocchiarmi di fronte al mistero. Nel senso che ho trovato in lui un maestro, un uomo che mi ha insegnato la virilità del credere. Allora pensavo che manifestazioni di rispetto di fronte a Dio, come l’inginocchiarsi degli anziani nella mia chiesa parrocchiale, fossero gesti di debolezza e fragilità. In Lazzati, per usare una frase, ho visto una mascolinità esemplare che, nel corso degli anni, mi ha spinto a seguirlo.

Ricorda qualche particolare corso di Lazzati?
Sicuramente i corsi più affascinanti sono stati quelli sul senso della cultura cristiana. Lazzati, uomo di grande sapienza, con noi giovani usava parole estremamente semplici e comprensibili. Eravamo di fronte a un uomo che ci semplificava il pensiero cristiano, soprattutto si intuiva come questo pensiero potesse trovare una sua efficacia nella cultura quotidiana di ogni giorno. Tutto questo era accompagnato anche dal luogo e, quindi, all’eremo di San Salvatore, per me fonte anche di ispirazione fotografica. Dico questo perché l’efficacia delle parole di Lazzati erano accompagnate da questo luogo di grande silenzio che, a distanza di anni, rappresenta il luogo fisico che più si avvicina a Dio. Voglio dire che ancora oggi sento il desiderio di salire all’eremo per rivivere l’esperienza di vicinanza a Dio sperimentata con il professor Lazzati.

La costante preoccupazione di Lazzati era il suo rapporto con i giovani. Non crede che sia un capitolo ancora poco conosciuto. Che ne pensa?
In particolare ricordo che il professore si metteva a disposizione dei giovani con colloqui, incontri amichevoli e personali. Questo è un ricordo vivissimo. Era una grande ricchezza poter parlare direttamente con lui, avere momenti in cui potevi svuotare il cuore, soprattutto in una età in cui si aveva bisogno di capire che strada prendere e seguire. Sull’ingresso all’eremo di San Salvatore Lazzati aveva affisso questa frase «Non dirmi chi sei ma cosa cerchi». Ricordo anche i corsi vocazionali portati avanti con lui. Per i giovani era un punto di riferimento, ci aiutava a capire la strada da intraprendere verso il futuro, capire ciò che Dio ti poteva chiedere, anche attraverso una vocazione, così poco conosciuta, come quella del laico consacrato.

Per i giovani Lazzati più che professore era un maestro di vita?
Indubbiamente. La sua autorevolezza, non certo la sua autorità, la si percepiva anche semplicemente negli sguardi e nelle sue parole. Per molti di noi sicuramente è stato un grandissimo punto di riferimento. Anche se, personalmente, non ho intrapreso la strada del laico consacrato, rimane comunque un punto imprescindibile per la sua grande coerenza di fede e, soprattutto, per la sua capacità di avere insegnato ad essere cristiani a testa alta. Ci ha insegnato a mischiarci nel mondo e non chiuderci nelle “riserve cristiane” come possono apparire, alle volte, le parrocchie.

Cosa cercavano i giovani in Lazzati?
In primo luogo c’era la grande stima verso il professore, questo anche per il suo passato: presidente dell’Azione cattolica, prigioniero di guerra, costituente, ecc. Ci si trovava di fronte una persona che, nonostante l’incarico di rettore alla Cattolica, era estremamente umile e di grande cultura. Se ci rapportiamo ai politici di oggi, che si perdono molte volte in battaglie superficiali, effettivamente sentiamo moltissimo la mancanza di persone di tale spessore e cultura. Come Lazzati anche Giorgio La Pira e Giuseppe Dossetti, figure e personalità di cui oggi sentiamo il bisogno.

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