Redazione

Il centro della missione è stato la voglia di promuovere un laicato davvero maturo e responsabile; la carità sarà un altro ambito privilegiato, con la scelta ogni anno di sostenere una realizzazione concreta della Caritas decanale e infine i giovani e l’oratorio, con proposte a diversi livelli e qualche esperienza di condivisione e di carità.

di Maria Teresa Antognazza

Imparare a camminare insieme per costruire la Chiesa in comunione. Questa è stata la scommessa della missione decanale di Varese, che ha visto impegnate le 41 parrocchie del territorio in un lavoro triennale e che sabato 3 giugno l’Arcivescovo di Milano ha concluso ufficialmente al Palazzetto dello sport con la celebrazione della Veglia di Pentecoste. Tutto ora è posto nelle mani dello Spirito, come ha fortemente sottolineato il cardinale Dionigi Tettamanzi, che ha anche esortato i laici, vero cuore di questa missione popolare, ad assumersi tutte le responsabilità del rinnovato annuncio evangelico, forti della propria vocazione battesimale.

A cammino concluso, che bilancio fare? E quali conseguenze restano sul campo per rinnovare la Chiesa varesina? «Le scelte concrete saranno oggetto della riflessione e del confronto fra i preti del decanato nelle prossime settimane – spiega il prevosto e decano, mons. Peppino Maffi -. Io posso fare alcune valutazioni finali, che ricavo dalla mia personale percezione di questi tre anni di missione».

Dunque, come è andata?
Il desiderio che mi ha spinto era quello di realizzare una promozione della missione in comunione fra le 41 parrocchie e gli 8 gruppi e movimenti. Ho ricevuto una risposta notevole da molte parrocchie e un coinvolgimento, purtroppo solo parziale, da parte dei movimenti. Quindi è un obiettivo parzialmente riuscito. Naturalmente ci sono delle attese sul lavoro futuro, come quella di condividere una progetto di formazione per adulti con incontri a livelli diversi, in parrocchia, per area pastorale e in decanato.

Quali passi concreti proporrete alle parrocchie?
Penso che fra gli ambiti su cui cercheremo di muoverci insieme ci sia quello della liturgia, valorizzando alcuni appuntamenti durante l’anno, come le celebrazioni per il settenario dell’Addolorata oppure la processione cittadina del Corpus Domini; poi insisteremo sull’ascolto della Parola, dove mi piacerebbe favorire una lettura continua durante l’anno del Vangelo della domenica e alcuni momenti pubblici, con la presenza di qualche importante testimone capace di scuotere le coscienze, così come abbiamo sperimentato durante la missione giovani. Certamente, poi, cureremo l’ambito della formazione degli adulti, visto che il centro della missione è stato la voglia di promuovere un laicato davvero maturo e responsabile; la carità sarà un altro ambito privilegiato, con la scelta ogni anno di sostenere una realizzazione concreta della Caritas decanale e infine i giovani e l’oratorio, con proposte a diversi livelli e qualche esperienza di condivisione e di carità.

La conclusione della missione dei giovani ha visto l’incontro con il cardinal Tonini. Che effetto le ha fatto?
E’ stato un grande evento, come tutta la missione giovani. Questo rafforza in me la convinzione che sia necessario individuare grandi testimoni, capaci di catalizzare l’attenzione della città: mi sembrano contributi fondamentali per la formazione permanente degli adulti, una strada per smuovere le coscienze e continuare nel compito di confrontarci con la città. Mi ha colpito molto la scelta fatta dai giovani di parlare e recitare in piazza, per intercettare tutti, porre domande serie, scuotere le coscienze mettendo nel cuore una domanda anche a chi era semplicemente di passaggio.

Quali sono stati gli elementi caratterizzanti di questi tre anni di missione?
La cosa principale che mi sento di sottolineare è l’abbondanza di preghiera. Abbiamo veramente pregato molto e pregato tutti, preti, laici e religiosi, per la buona riuscita della missione. E questo è già uno dei frutti, su cui dovremo continuare ad impegnarci: invocare sempre lo Spirito sulle nostre imprese e farci docili alla volontà del Signore. Secondo, l’investimento sui laici: abbiamo realizzato quattro scuole per operatori pastorali (di cui due davvero innovative, una per l’accoglienza pastorale e l’altra per gli operatori pastorali della domenica), che hanno formato 450 persone robuste, consapevoli e ora in grado di assumersi responsabilità precise nelle proprie comunità. Terzo ingrediente, la voglia e il coraggio di confrontarsi con la città, di sollecitare domande, di intrattenere un dialogo con tutti, ponendoci davvero, come hanno detto i giovani, come “una luce nella notte”.

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