Redazione

Pubblichiamo ampi stralci di un’intervista a Franco Monaco, per anni presidente dell’Azione cattolica ambrosiana, molto vicino al cardinal Martini, oggi vicepresidente dei deputati della Margherita, contenuta nel volume di Luisa Bove Carlo Maria Martini. Una voce nella città (Editrice Monti, 392 pagine, 20 euro).

di Luisa Bove

Monaco, quanto hanno influito gli insegnamenti dell’Arcivescovo sulla sua scelta di dedicarsi alla politica?
Difficile dirlo. Il mio “padre” e maestro è stato Giuseppe Lazzati. Riflettendo a posteriori credo abbia contato più lui, con la sua cristiana passione per l’edificazione della polis, della città dell’uomo, nel mio approdo in politica, che peraltro una volta mi profetizzò. Ho un quadro a carboncino del palazzo di Montecitorio che lui un giorno – non so da chi gli fu omaggiato – mi mostrò dicendo: «Guarda che tu qui, prima o poi, ci devi approdare».

Ma torniamo a Martini. Egli si distingueva come Pastore per due elementi: il primo, quello di avere un “sacro” rispetto per la libertà delle persone e delle loro vocazioni particolari, quindi non era quel tipo di vescovo che quasi prescriveva ai suoi laici responsabili l’approdo alla politica. Pensandoci retrospettivamente fu, per esempio, il cardinal Schuster a spingere Lazzati. Il secondo elemento che caratterizzava Martini era la sua cura nel distinguere tra Chiesa e politica. Ma aggiungerei un terzo aspetto: l’Arcivescovo era ed è fondamentalmente un religioso, nel senso più alto e più nobile della parola. Egli, dovendo fare il vescovo, al quale compete la sintesi di tutti i carismi, per discrezione non ha mai enfatizzato il suo carisma particolare di gesuita. Tuttavia in lui si riscontra, nella forma e nella misura più alta, il profilo caratteristico della Compagnia di Gesù e in genere della vita religiosa.

I tre elementi che ho indicato dicono dunque la sua capacità di scommettere sull’autonomia e sulla maturità del laicato, sospingendolo verso le frontiere più difficili della testimonianza cristiana (e la politica è senz’altro tra queste), percorrendo anche sentieri nuovi. Riflettendo bene, io stesso mi sono affacciato all’esperienza politica provando a percorrere sentieri innovativi: prima i referendum, poi l’Ulivo, poi ancora i Democratici, che erano strumenti nuovi rispetto ai percorsi più tradizionali e convenzionali del laicato cattolico. Giusti o sbagliati che fossero. In questo riscontro un elemento della “lezione martiniana”: esercitare appieno la propria autonoma responsabilità politica, se possibile con creatività e sulla frontiera dell’innovazione, piuttosto che della tradizione e della consuetudine. Ma la responsabilità, i limiti e gli eventuali errori di quelle esperienze sono naturalmente tutti e solo miei.

Qual è la Milano dei primi anni Ottanta nella quale Martini si imbatte? Quale situazione trova a livello civile, economico, politico, culturale?
Non ho una memoria precisa, ma lui stesso, interpellato sull’incipit del suo ministero, rammenta che era una Milano cupa, nella quale già affioravano, sotto i lustrini della “Milano da bere”, tutti i sintomi del degrado morale e civile. Era una città in cui alla sera, specie nel periodo del terrorismo, si aveva quasi l’impressione del coprifuoco, con un clima piuttosto pesante. Si avvertiva un certo esaurimento della tradizione umanistica, cristiana e sociale della Milano riformista e capitale morale. Era un tempo segnato da un deficit di apertura e di speranza civile. Non a caso – questa è una mia osservazione – Milano è stata, a partire dalla fine degli anni Settanta, l’epicentro di tutte le “patologie” politiche, dal craxismo rampante a Bossi, a Berlusconi, ma anche di nuove esperienze. Novità che introducono una vistosa rottura rispetto a quell’ethos umanistico, cristiano e sociale, ma anche socialista, nel senso buono della parola, che avevano contrassegnato le pagine migliori della storia civile e politica di Milano. A questo va poi aggiunto il trauma del terrorismo: l’obiettivo era quello di seminare paura e di produrre lacerazioni nel corpo sociale per far maturare le condizioni di una rottura eversiva, “rivoluzionaria”.

«Verso la città e il territorio ammetto di avere spesso faticato a comprendere i complessi meccanismi politico-sociali in atto», ha scritto nell’ultima lettera pastorale (Sulla tua parola) il cardinal Martini. Eppure uomini politici e rappresentanti della società civile hanno spesso chiesto di incontrare l’Arcivescovo, ritenendolo un interlocutore significativo.
Quella è una pagina autocritica che gli fa onore. È un interrogativo che forse anche altri dovrebbero porsi. Questa domanda talvolta è espressa in termini più pesanti e polemici anche dal cardinal Martini. Come mai proprio nel tempo in cui egli da Milano esercitava una leadership spirituale e morale ben oltre i confini della diocesi ambrosiana si sono prodotte rotture e patologie sul terreno della vita civile e politica? All’interrogativo si può rispondere in tre modi. Il primo è che anche un Pastore illuminato non è onnipotente: purtroppo le dinamiche culturali, civili, politiche in un contesto contrassegnato da un secolarismo spinto si sviluppano a prescindere dalla riconosciuta autorità morale di un vescovo. Il secondo: quel deficit collettivo di vigilanza sui processi degenerativi, in atto nelle viscere profonde della società milanese, non è ascrivibile ad alcun preciso soggetto, ancorché autorevole, come in questo caso l’Arcivescovo. Il terzo è che effettivamente Martini, in ragione del suo carisma spiccatamente religioso, era concentrato su ciò che è più essenziale. Il suo messaggio infatti si indirizzava più alle coscienze personali che non all’ethos collettivo: la mediazione politica non è in via diretta ascrivibile alla responsabilità di un vescovo, ma al laicato cristiano. Se qualche responsabilità si porta di questo degrado, la portiamo tutti insieme. Questa autocritica gli fa onore e incrocia la domanda che anche altri si sono posti. Questo fa parte dei misteri della vita e del tormento degli uomini di Chiesa, che talvolta non raccolgono i frutti della propria seminagione.

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