Redazione

Uno spettacolo, in scena al Teatro Manzoni dal 6 marzo al 1 aprile, riflette su due modelli diversi di femminilità, quello degli anni Sessanta e quello attuale. Un quartetto di grandi attrici (Margherita Buy, Isabella Ferrari, Marina Massironi e Valeria Milillo), si cimenta nel doppio ruolo di madre e di figlia.

di Stefania Cecchetti

Due gruppi di donne in due epoche diverse, gli anni Sessanta e oggi. Le stesse quattro attrici prima interpretano le amiche che si ritrovano ogni giovedì per una partita a carte, mentre le loro bambine giocano nella stanza accanto, poi si calano nei panni delle figlie. A confronto due generazioni, due modi diversi di essere donne. E’ l’esordio teatrale di Cristina Comencini che dirige Margherita Buy, Isabella Ferrari, Marina Massironi e Valeria Milillo in Due partite, in scena al Teatro Manzoni dal 6 marzo al 1 aprile.

Cosa cambia tra madri e figlie nel modo di essere donne? In questi anni noi donne abbiamo effettivamente raggiunto degli obiettivi?
Abbiamo di certo raggiunto degli obiettivi, tant’è che nessuna di noi vuole tornare indietro, evidentemente ci piace di più vivere adesso. Però abbiamo anche dovuto fare delle rinunce, che riguardano sempre la stessa cosa, cioè la nostra femminilità. Nella generazione delle nostre madri la femminilità era relegata nella solitudine di una vita casalinga; oggi, proprio a causa della vita lavorativa, l’abbiamo sacrificata. In entrambi i casi c’è l’idea che una cosa che è peculiare della donna – anche se è importante per tutti, soprattutto per gli uomini, che la desiderano moltissimo – risulta sempre anacronistica, fuori dalla società. Cosa abbiamo davvero guadagnato e cosa abbiamo perduto nel passaggio di generazione? Questa è la domanda con cui mi piacerebbe che uscisse lo spettatore.

Il tema del rapporto madre figlie è centrale in questo suo lavoro?
Non direi: il rapporto madre-figlia è l’espediente narrativo con cui si porta avanti la storia. La stessa attrice interpreta sia la madre che la figlia: questo comporta un lavoro molto interessante per le interpreti su cosa c’è di madre in loro e su quante cose, invece, ci sono di contrapposizione rispetto alla madre… Direi però che il tema centrale di questa commedia è il rapporto uomo donna. Gli uomini non compaiono in scena, ma se ne parla moltissimo. Le donne, tra di loro, non cantano vittoria né si dipingono come eroine, anzi vedono i loro difetti sino in fondo. Nel loro dire “guarda quanto siamo lontani” c’è un riavvicinamento verso gli uomini: desiderano mantenere una differenza rispetto all’uomo, vogliono conservare il desiderio per qualcosa che è diverso e che in qualche modo deve restarlo.

In scena c’è un parto. Quanto è importante il tema della maternità nella sua commedia?
Io penso che la maternità sia estremamente importante, perché è la cosa più antica che ci sia rimasta. Fare l’amore e fare bambini si fa sempre nello stesso modo. Anche in questo caso, però, possiamo chiederci cosa abbiamo guadagnato e cosa perduto. Abbiamo guadagnato la nostra libertà, il fatto che possiamo scegliere di avere bambini o non averne. Però, al contrario, capita sempre più spesso che non riusciamo a fare un bambino per via dei ritmi che la società ci impone. e questa è un’imposizione della società. In questo senso essere portatrici di una cosa antica come la maternità è un valore importantissimo, ma anche disturbante: quando abbiamo bambini non possiamo lavorare e questo ci fa capire l’insensatezza di lavorare totalmente e sempre.

A proposito di lavoro: lei è sceneggiatrice, scrittrice, regista e ora registra teatrale. Come tiene insieme tutte queste anime?
Penso che queste cose si siano messe insieme una dietro l’altra, senza che io le abbia cercate scientificamente. Alla base di tutto credo ci sia l’amore per la scrittura. È quello che mi fa fare tante cose, anche diverse. La scrittura porta su tante possibili drammaturgie e a me piace sperimentarle, nella loro diversità.

Questa è la sua prima prova in teatro, come si è trovata?
Il teatro è bellissimo e affascinante, ma anche pericoloso, perché in uno spettacolo dal vivo può succedere sempre di tutto. Invece l’immagine del cinema una volta fissata è quella. Ma il fascino del teatro sta proprio in questo, nella sua continua evoluzione. Non c’è una sera uguale all’altra.

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