Il Consiglio pastorale diocesano ha messo in evidenza l’importanza dell’ascolto della Parola di Dio, della preghiera e della celebrazione, della vita fraterna nella carità e della missione verso tutti

di Claudio MAZZA

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Nella consueta cornice di Villa Sacro Cuore a Triuggio lo scorso week-end si è svolta la IX Sessione del Consiglio pastorale diocesano. A tema c’era l’Iniziazione Cristiana:un “cantiere” aperto da anni in diocesi, per il quale – dopo la fase esperienziale – è giunto il momento delle verifiche, che l’Arcivescovo ha richiesto avviando una consultazione degli organismi diocesani di partecipazione. A tale scopo il Consiglio episcopale milanese ha predisposto un Testo di riferimento per le consultazioni del Consiglio presbiterale e del Consiglio pastorale diocesano, nonché a seguire dell’Assemblea dei Decani.

Monsignor Pierantonio Tremolada, vicario episcopale per l’Evangelizzazione e i Sacramenti, presentando il documento, ha anzitutto sottolineato che l’Iniziazione cristiana (Ic) è un «cardine dell’attività pastorale della Chiesa e si colloca nella prospettiva primaria e vitale della evangelizzazione». Riportando poi il pensiero dell’Arcivescovo, cardinale Angelo Scola, che qualifica l’Ic come «l’introduzione e l’accompagnamento all’incontro personale con Cristo nella comunità cristiana», ha sottolineato tre aspetti: che la sua essenza è l’incontro personale con Cristo, esperienza che precede e fonda ogni conoscenza dottrinale e ogni scelta morale; che tale incontro avviene nella comunità cristiana, luogo vitale e soggetto educante dei credenti; terzo, che si sviluppa in un arco di tempo congruo e secondo una pedagogia della fede che è propria della Chiesa.

Indicazioni e proposte

Dentro questo cammino, che va dal 1° al 14° anno di età (includendo quindi anche l’età della preadolescenza) e che si ispira al catecumenato, hanno un posto di assoluta rilevanza i sacramenti, tenendo però conto della «centralità dell’Eucaristia». Ma l’Ic va vista anche come tempo in cui «si viene introdotti alla vita cristiana in tutta la sua ricchezza… con il coinvolgimento della comunità cristiana, degli educatori e dei genitori», di qui l’importanza che «i nostri bambini e i nostri ragazzi vengano educati a quelli che vanno considerati “i quattro pilastri” dell’esperienza di fede nella Chiesa: l’ascolto della Parola di Dio, la preghiera e la celebrazione liturgico-sacramentale, la vita fraterna nella carità, la missione verso tutti».

A fronte di queste indicazioniil Consiglio pastorale diocesano è stato chiamato dall’Arcivescovo a esprimersi su questioni che attengono all’ordine di celebrazione dei sacramenti della Cresima e dell’Eucaristia, alla fase successiva ai sacramenti (11-14 anni), alla figura del padrino e della madrina in rapporto al sacramento della Cresima; all’attuazione dei nuovi itinerari di Ic e dei relativi sussidi.

Su queste indicazioni si è svolto il dialogo del cardinale Scola con i Consiglieri, i quali hanno poi animato, sabato pomeriggio, il dibattito nei lavori di gruppo formulando alcune “conclusioni operative” che – approvate all’unanimità dall’Assemblea – sono state offerte all’Arcivescovo.

Il tempo dopo i Sacramenti

Nella mozione approvata, per quanto attiene altempo dell’IC successivo alla celebrazione dei sacramenti, i Consiglieri esortano a predisporre «un cammino formativo che privilegi una catechesi che dall’esperienza di vita trovi rispondenza e verifica nella Parola, la vita liturgica ed esperienze di spiritualità, garantendo che vi siano figure di guida spirituale nell’accompagnamento. L’approccio dovrà in ogni caso puntare a esperienze di carità, nonché di cultura e di missione, non giustapposte al cammino spirituale ma fatte percepire come centrali per il cammino mistagogico, a partire dall’Eucaristia».

Di qui l’invito a pensare «a un progetto educativo che preveda la presenza non solo dei sacerdoti, con gli educatori, catechisti e animatori di oratorio, ma anche di famiglie, insegnanti delle scuole del territorio e referenti di associazioni e movimenti ecclesiali presenti in parrocchia, ma anche di responsabili delle associazioni sportive oratoriane». In questa fase della preadolescenza è importante «che i ragazzi abbiano davanti modelli positivi, che dicano la bellezza di una prosecuzione del cammino di fede nella comunità».

Quali padrini per la Cresima?

Circa la scelta del padrino e della madrina, dovrebbero essere coinvolti, oltre ai ragazzi e ai genitori, anche gli educatori. «Siccome la fede dei ragazzi è accompagnata anzitutto dalla comunità, si suggerisce come gesto quello della “adozione spirituale”: una proposta alle famiglie di adottare un cresimando con l’impegno di pregare per il suo cammino di fede».

Itinerari e sussidi

Infine, riguardo alle attenzioni da tenere nell’attuazione degli itinerari di IC, «si devono responsabilizzare tutti i soggetti della “Comunità educante” tenendo presenti gli aspetti psicopedagogici in rapporto all’età della preadolescenza nonché alle modalità di rapportarsi con i genitori». E una raccomandazione circa i sussidi: «Abbiano uno stile narrativo, non teorico, esiano sobri sia nel numero che nell’entità dei contenuti».

Prima la Cresima, poi la Prima Comunione

L’indomani, domenica 2 dicembre, si è discusso, invece, in merito all’ordine di celebrazione dei sacramenti della Cresima e dell’Eucaristia. La maggioranza dei Consiglieri interventi si è espressa a favore della Cresima in quarta elementare e della Prima Comunione in quinta. Con la raccomandazione che vada «mantenuta e valorizzata la professione di fede, non come termine del cammino ma come prosecuzione di vita cristiana, personale e comunitaria».

Conclusioni dell’Arcivescovo

Al termine della “due giorni” l’Arcivescovo ha tratto dal dibattito assembleare alcune indicazioni. Anzitutto ha ribadito la necessità di aver ben presente lo scopo dell’Ic, che è quello precisato fin dall’inizio, cioè di introdurre all’incontro personale con Cristo nella comunità cristiana e poi l’urgenza di perseguire questo scopo con metodo. Quale? «Se è nella comunità, come nella famiglia, che il ragazzo incontra il primo senso della vita, non possiamo non cercare condizioni di vita comunitaria sensibilmente documentate ed espresse per cui il ragazzo si accorga che per incontrare Gesù deve far parte di una realtà viva in cui lui diventa soggetto».

Ma per far questo occorre una comunità che sappia educare. Nello stile del Vangelo: «Maestro dove abiti? Vieni e vedi». La comunità deve avere la caratteristica di essere fisicamente incontrabile: «Dire che la Comunità educante è tutta la parrocchia è giusto, ma può essere astratto; il bambino non se ne rende conto, bisogna fargli fare un’esperienza diretta di appartenenza alla comunità. È attraverso gli educatori che i ragazzi vanno educati a percepire la bellezza dello stare insieme nel nome di Gesù».

La comunità educante – ha poi aggiunto – «non è uno strumento di adulti verso i bambini, ma un’esperienza di vita che faccia nascere un’esperienza di comunità per i ragazzi». E ha concluso con un consiglio: «Se non avviene un cambiamento nello stile di vita personale e comunitario delle nostre parrocchie, delle nostre comunità pastorali, delle nostre realtà associative ed educative, la questione delicatissima e decisiva dell’Ic non troverà una risposta e una soluzione organica, quindi la questione numero uno è una sola: educano quegli adulti che fanno un’esperienza reale di fede personale e comunitaria».

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