Redazione

Una guarigione rapida e insperata quella di Sperandio Aldeni, l’uomo che ha visto in faccia la morte, ma che il Signore ha voluto salvare.

di Luisa Bove

La commissione medica è ancora al lavoro per verificare il “presunto” miracolo di cui sarebbe stato oggetto un operaio di Orsenigo. Perché don Carlo da Venerabile possa essere riconosciuto santo dalla Chiesa occorre infatti provare che il sacerdote abbia compiuto un gesto miracoloso dopo la sua morte. C’è ottimismo in diocesi, ma sui tempi di attesa neppure don Ennio Apeciti, responsabile del Servizio diocesano per le cause dei santi, si sbilancia. L’iter romano è sempre molto lungo: dopo l’analisi di due commissioni mediche, tocca ai teologi esprimere un parere in merito, poi ai cardinali e infine al Papa.

In realtà il miracolo non è recente, risalirebbe all’agosto 1979, ma solo in questi ultimi anni Sperandio Aldeni si è deciso a parlarne a chi di dovere. È stato durante l’intervento tecnico in una cabina elettrica che lo sfortunato è rimasto colpito da una scossa di 15 mila volt. I colleghi lo davano già per spacciato, di solito un incidente simile non dà scampo. Ma il giovane operaio lottava contro la morte, si lamentava, chiedeva aiuto e intanto si raccomandava alla Madonna e a san Carlo. Pensava anche ai suoi cari – moglie e figli -, e li affidava anch’essi alla Vergine nel caso fossero rimasti soli.

Finalmente i compagni di lavoro lo sentono e quasi increduli lo estraggono ancora vivo da quel piccolo ambiente che si stava trasformando nel luogo della sua condanna. Il suo corpo emanava il tipico odore di carne bruciata e da vedersi era uno spettacolo orrendo. Durante il trasporto in ambulanza che doveva portarlo in ospedale Aldeni non perse mai conoscenza, ma non sentiva più le gambe e già si vedeva inchiodato su una sedia a rotelle.

Giunto al pronto soccorso di Erba, trovò anche il coraggio di raccomandare a un’infermiera di togliergli l’occhio sinistro nel caso non si fosse salvato. Lo diceva per mantenere fede all’impegno che aveva preso iscrivendosi all’Aido, l’Associazione italiana donatori di organi. In realtà quella raccomandazione non fu necessaria. Perché il suo destino era quello di vivere.

Chi lo visitò si accorse che la situazione era – tutto sommato – migliore di quanto si potesse sperare. Le lesioni erano soprattutto esterne, nessun organo interno era compromesso, neppure il cuore, né risultava una particolare difficoltà respiratoria. I medici fecero tutto il possibile per salvarlo e in seguito lo trasferirono prima alla Clinica di Ponte San Pietro e poi al Centro ustioni gravi degli Ospedali Riuniti di Bergamo.

Quattro mesi dopo il tragico incidente, il 23 dicembre 1979, Sperandio Aldeni era sulla tomba di don Carlo a ringraziare per il dono della vita. Un anno dopo, il “miracolato” viene dichiarato clinicamente guarito. Ora la parola passa agli esperti, ma certo sarebbe una festa doppia se la beatificazione di don Gnocchi dovesse coincidere con il 50° anniversario della sua morte.

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