Redazione

Nel campo nomadi di via Triboniano abitavano quasi mille persone in condizioni di disagio, cui s’è aggiunto il dramma dell’incendio che nei giorni scorsi ha costretto istituzioni, forze dell’ordine e volontari a un intervento immediato. Ma intanto si sta lavorando per creare tre aree attrezzate di roulottes e container, con luce elettrica, servizi e acqua corrente. Gli ospiti dovranno impegnarsi, sottoscrivendo un Patto di legalità, a rispettare le regole della convivenza civile.

di Luisa Bove

Da un’emergenza all’altra. La vigilia di Capodanno, un incendio ha distrutto il campo nomadi di via Triboniano a Milano. Una megabaraccopoli, una vera e propria “favela” alla periferia nord-ovest di Milano, a ridosso del cimitero di Musocco, dove vive un migliaio di persone. Date le dimensioni del campo, la situazione è più che drammatica. «Ma su quest’area sovraffollata si doveva già intervenire da tempo; c’è mancato poco che l’incendio trasformasse quest’area in un cimitero», ci racconta don Virginio Colmegna, responsabile della Casa della carità, una struttura diocesana che opera nel campo del disagio sociale a Milano e nell’hinterland.

Anche lì avete fatto sentire la vostra voce…
Anche lì come in via Ripamonti, tutti in strada al freddo. Anche lì, la più parte erano donne e bambini. Abbiamo passato la notte in strada con loro, aspettando l’intervento delle istituzioni, che abbiamo sollecitato affinchè dessero corso immediato ai progetti già discussi molte volte. Con il Comune di Milano ho avuto diversi incontri nei giorni scorsi: la soluzione che l’amministrazione suggerisce è quella di creare piccoli campi sparsi sul territorio dell’area metropolitana; l’idea è bella, ma ci indichino concretamente qual è il territorio disposto a ospitarli. Tutti si dicono convinti che il problema non riguarda solo Milano, anche Alleanza nazionale e Lega lo sono, però a Opera hanno cavalcato la protesta popolare. Non è il momento delle polemiche, questo. Occorre rimboccarsi le maniche tutti assieme. La situazione è drammatica. Ma io un’idea ce l’avrei…

Quale?
Invece di un’unica enorme favela andrebbero realizzate tre aree distinte sulle quali installare i primi container e garantire subito acqua e luce. E garantirli per davvero. Non solo a parole come già in via Adda e in via Barzaghi. Occorre poi un lavoro coordinato e omogeneo tra forze dell’ordine, polizia, istituzioni e volontariato sociale. Ogni area dovrà essere monitorata da un “presidio sociale”: un’area soltanto dovrà rimanere provvisoria con roulottes di pronto intervento, le altre due devono essere stabili con container forniti dei servizi essenziali: c’è chi vive qui da anni ed esce dal campo tutte le mattine per andare a lavorare regolarmente. Occorre parlare con questa gente. Per tutto gennaio saremo lì ogni giorno a lavorare con loro, per capire chi sono, confrontandoci con i capi famiglia e dare volti e nomi a questa storia. Poi proporremo anche a loro, come ai romeni attendati a Opera, di sottoscrivere un “patto di legalità” che permetta una maggior integrazione nel nostro tessuto sociale.

Insomma, avete le idee chiare sulle cose da fare…
Questa non è la scelta ideale, ma ha il pregio di essere concreta e, soprattutto, la si può realizzare in tempi brevi. Nel rispetto di tutti, nomadi e cittadini. La nostra “vocazione” come Casa della carità è quella di stare in mezzo ai problemi, per questo comprendo la paura della gente; se abitassi lì, avrei anch’io qualche problema… D’altra parte non si può solo gridare “al lupo, al lupo”, bisogna rimboccarsi le maniche e fare qualcosa per rimediare a queste situazioni. Bisogna uscire dall’emergenza, una volta per tutte.

Bulgaria e Romania sono entrate in Europa. Questo creerà altri problemi?
Sono stufo degli allarmismi per “sentito dire”, spesso si sparano cifre che non si conoscono. Si legga in proposito il dossier della Caritas Ambrosiana. Anzittutto si dovranno regolarizzare le persone che già sono qui da anni e lavorano regolarmente, poi investire a casa loro per frenare il flusso migratorio. Sono stato in questi due Paese con i miei volontari, abbiamo parlato con i sindaci, invitandoli a costruire strade e a creare sviluppo per evitare fughe all’estero. Non nego che anche da noi ci sarà un maggior flusso di arrivi e che andrà regolato.

Ha una proposta in questo senso?
Occorre un patto permanente tra Romania, Bulgaria e Italia, ma in particolare con la nostra regione, perché gli immigrati vengono soprattutto qui. Poi bisogna smetterla di pensare che bulgari e romeni siano tutti “zingari”. Sul problema dei rom che sono una minoranza di quei popoli abbiamo sollecitato governi e istituzioni ad aprire un tavolo ad hoc. Non basta gridare: “Arrivano, arrivano, non li vogliamo”, ma poi mettere la testa sotto terra, come gli struzzi, per ignorare il problema. Magari sfruttandoli nei lavori in nero.

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