Presentata alla presenza di Scola la Lettera pastorale "Il campo è il mondo. Vie da percorrere incontro all'umano". Diana Bracco: "al Padiglione Italia fiducia nel futuro e collaborazione tra gli uomini"

di Filippo MAGNI

scola assolombarda

Ringrazio tutti perché questa sera ho ricevuto un dono. Ho scoperto che questa Lettera funziona. Non è una cosa scontata”. Il cardinale Angelo Scola strappa un sorriso al pubblico confessando il sollievo nell’essere stato capito.
Lo fa al termine della presentazione pubblica della Lettera pastorale “Il campo è il mondo. Vie da percorrere incontro all’umano”. Il suo scritto più recente destinato a tutti gli ambrosiani, una sorta di comunicazione diretta che nelle intenzioni dell’Arcivescovo è con ciascuno perché, aggiunge, cos’è una lettera se non “il desiderio di far crescere una relazione”? E se in una Diocesi grande come quella ambrosiana il rapporto personale tra Cardinale e fedeli è oggettivamente impossibile, una lettera ne è un efficace sostituto.
Il direttore di Avvenire Marco Tarquinio la definisce come “un testo articolato, composto da un’introduzione, sette capitoli, un’appendice. Un testo talmente ricco che ciascuno ci può trovare qualcosa che colpisca la propria sensibilità”.
E proprio questa è la domanda che muove l’incontro, rivolta ai quattro relatori: cosa, della Lettera, ti ha maggiormente colpito?
 

La prima risposta è di Rita Bichi, professore presso la facoltà di Scienze politiche della Cattolica e curatrice del Rapporto giovani promosso dall’Istituto Toniolo. Mette in fila i numeri, per chiarire di cosa si parla, quando si citano “i milanesi”. In diocesi, spiega, “abitano 5.500.000 abitanti, dei quali appena un milione, circa, si trova a Milano. Il 19% ha tra 0 e 19 anni, il 10% tra 20 e 29, il 44% è tra i 30 e i 59 anni, il 12% tra i 60 e i 69, il 10% tra 70 e 79, il 6% ha 80 e più anni”. Ma molti sono “i milanesi non quantificabili: lavoratori e studenti fuori sede, turisti, migranti non residenti e stranieri minorenni non accompagnati”. Viviamo su un territorio, prosegue, “che ha un quarto degli stranieri presenti in Italia”.
Spostando l’indagine del Rapporto dal dato anagrafico a quello religioso, emerge che il 50,5% dei giovani lombardi si dichiara cattolico contro il 55,9% della media italiana. Un dato che supera la media, invece, se si considera la partecipazione ai riti: i giovani lombardi che dichiarano una frequenza di almeno una volta a settimana sono il 18%, la media italiana è del 15,4%.
“La vita religiosa dei giovani in diocesi – commenta la professoressa – sta passando dalla tradizione all’adesione, che si acquisisce per scelta individuale”. E allora se i numeri dichiarano che “siamo davanti a una crisi dal punto di vista della dimensione religiosa”, secondo la Bichi questa si può affrontare “con un approccio relazionale. Se andiamo al di là dei numeri capiamo che i giovani basano sulle relazioni le proprie scelte. E quindi mi sembra centrale, in questo senso, il concetto di persona che è sostenuto dalla Lettera dell’Arcivescovo”.
 

Diana Bracco, presidente e amministratore delegato del gruppo Bracco, presidente di Expo 2015 Spa e vicepresidente di Confindustria con delega per ricerca e innovazione, non poteva non trovare uno stimolo particolare nei brani della lettera che presentano Expo come un’occasione da non perdere. Con una riflessione che prende le mosse dalla storia della famiglia Bracco. “Nella lettera pastorale – dice la presidente – si legge che nessuno di noi si è fatto da sé. Mi ha colpito questa affermazione, mi ha fatto pensare alla mia famiglia e all’esempio di mio padre. Un pioniere che nel dopoguerra ha fatto grande l’Italia, come anche Steno Marcegaglia che ci ha appena lasciato”. Un esempio fatto di “passione per il lavoro, senso di responsabilità, attenzione alle persone, amore per la cultura”.
Valori che saranno presenti nel Padiglione Italia di Expo 2015, aggiunge. “Si baserà sulla metafora del vivaio come cultura della vita, dei nuovi germogli con cui sfamare anche la voglia di vivere dei nostri giovani. Sarà un grande terreno di coltura dell’Italia, un laboratorio di idee, un terreno fertile in grado di dare visibilità ai talenti”. Il sogno è “affermare nel mondo l’idea di un’Italia capace di costruire il futuro. Per questo l’icona scelta è l’albero della vita, caro alla tradizione cristiana ma presente anche in altre religioni e culture. Vuole esprimere la capacità di aprirci all’altro, accoglierlo e condividere con lui i frutti della terra.
Il Padiglione vorremmo sia soprattutto un luogo di incontro fra gli uomini”.
E dunque, conclude Diana Bracco offrendo una rilettura della Lettera pastorale, “se il campo di incontro, di lavoro e di riposo, è il mondo, allora vediamo nell’Expo una proiezione metaforica in cui il nostro popolo possa incontrare il mondo con la prevalenza di fiducia nel futuro e collaborazione tra gli uomini. La Lettera ci sollecita all’impegno che Expo sia davvero quell’occasione”.
 

Cambia registro Leonora Giovanazzi, fotoblogger (www.lyonora.it), passando dalla parola all’immagine. “Ho passato un sabato camminando per Milano cercando di fotografare il grano buono, quello del brano evangelico. E l’ho trovato in gesti che non immaginavo. Pensavo di trovare abbracci, baci, sorrisi. E invece la città mi ha stupito dandomi molto di più”. Sullo schermo dell’auditorium di Assolombarda scorrono volti sorridenti, operai che si scambiano consigli, giovani stranieri, un artista di strada italiano che riceve qualche moneta da una mamma cinese in via Paolo Sarpi, un ragazzone di colore che offre due mele a un mendicante zoppo in metropolitana, un addetto alle pulizie dei bagni di un ristorante fiero delle sue tecniche di asciugatura dei pavimenti. E in serata i milanesi riuniti a Sant’Ambrogio in veglia per la pace. Un’umanità varia, sorprendente, racconta Leonora: “Non si possono immaginare tante dinamiche se non ci si prende il tempo e lo spirito di guardarle”. Per tutto il giorno, aggiunge, “mi sono commossa. Questa commozione è il mistero che ci parla. È il metodo con cui Lui viene a riprenderci anche quando siamo distratti”. E alla sera, nella basilica milanese, “dopo tutto il giorno passato a guardare la gente, capisci la fortuna di partecipare a un popolo”.
 

La parabola del seminatore “è dura, apocalittica, parla di quando i giusti emaneranno luce e gli altri saranno gettati nella fornace.
Mi chiedo: io da che parte sono? Non ci sono vie di mezzo”. GianArturo Ferrari, docente di Storia della scienza e del pensiero scientifico, è stato alla guida della Divisione Libri del Gruppo Mondadori dal 1997 al 2009, presidente del Centro per il libro e la promozione della lettura, istituito dal Consiglio dei Ministri.
“Trovo conforto – aggiunge – nelle parole del Cardinale, quando scrive che grano e zizzania vanno insieme, sono in tutte le cose e in tutte le persone. Allora il campo non solo è il mondo, ma ciascuno di noi”.
Secondo l’editorialista uno dei punti chiave della Lettera “è quello che viene definito “ateismo anonimo”, vivere di fatto come se Dio non esistesse. Ma mi chiedo: la dimensione religiosa è totalmente immersa nelle altre cose oppure he una sua dimensione propria? Il Cardinale sembra propendere per la prima ipotesi, ma senza mettere in dubbio la sua autorità, io credo possa esserci una separazione”.
Altro punto centrale, prosegue, si trova a pagina 12, nel riferimento a Milano. “Penso che Expo sia un’occasione perché la città del futuro trovi la sua anima. Magari non del tutto persa, ma declinata negli ultimi decenni”.
 

Raccoglie tutti gli spunti e le provocazioni, il cardinale Scola. “Ne ho appuntati 18”, racconta, e si ripromette di rifletterci approfonditamente.
“Salendo pochi giorni fa sul terrazzo del Duomo – racconta in conclusione dell’incontro – ho visto le due Grigne. Mentre in un recente viaggio a Londra mi aveva molto colpito nello skyline “the shard”, il nuovo grattacielo che si chiama “scheggia”. Mi sembra un nome emblematico: la fine della secolarizzazione ci ha lasciato in un mondo scheggiato”. Mentre sul panorama di Milano si staglia “un nuovo palazzo con un puntale, una freccia verso l’alto, sembra una riproposizione delle guglie del Duomo. Ecco cosa può dire Milano al mondo: che si può guardare e puntare verso l’alto”.
Dunque, conclude l’Arcivescovo, “proponiamo e documentiamo nella nostra vita che l’umano è per tutti ed è il luogo in cui Dio ci riempie del suo amore in una prospettiva che neppure la morte riesce ad intaccare”.
L’incontro si è concluso con la premiazione dei tre finalisti del concorso con cui è stato individuato il logo del nuovo anno pastorale.

Ti potrebbero interessare anche:

Questo sito fa uso dei cookie soltanto per facilitare la navigazione Maggiori Informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi