Primo nel suo genere, è stato curato dal Servizio regionale tutela minori, Felceaf, Formazione Permanente del Clero della Diocesi di Milano e Cremit

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«In rete con i ragazzi» è il documento, primo nel suo genere, presentato il 20 maggio scorso alla Conferenza episcopale lombarda da monsignor Antonio Napolioni e consegnato a don Stefano Guidi, presidente degli oratori lombardi. Il testo, che riguarda l’attività pastorale digitale e la tutela dei minori, è a cura del Servizio regionale tutela minori, Felceaf (Federazione dei consultori cristiani), Formazione permanente del clero della Diocesi di Milano e Cremit (Centro di ricerca sull’educazione ai media, innovazione e tecnologia dell’Università cattolica di Milano).

Questo documento conferma l’importanza che la Chiesa dà all’educazione dei ragazzi e dei giovani che oggi non può prescindere dalle nuove tecnologie e dai social media. Non si tratta quindi di denigrare questi strumenti di comunicazione, ma di riconoscerne le potenzialità e tutelare le nuove generazioni da possibili rischi e abusi. «Il nostro tempo – si legge nel documento – propone modalità di incontro che spesso generano l’illusione di poter acquisire una piena conoscenza del mondo, di essere centro di una rete relazionale illimitata, di riuscire a controllare e a dare la direzione a ciò che accade in un territorio senza confini». Non è così e i pericoli della rete sono sempre in agguato. Per questo occorre tutelare i ragazzi dal «rischio di esibire se stessi e di esporre la propria vita senza preoccuparsi delle conseguenze, spesso drammatiche, insite nell’incontro in una rete che può trasformarsi da opportunità a minaccia».

È importante quindi «mantenere vivo il dialogo intergenerazionale» perché non venga meno la relazione educativa, ma questo chiede che gli adulti individuino «nuovi linguaggi» allo scopo di dare «una testimonianza che genera cultura». A loro è chiesto di «mettersi in gioco in prima persona» e di «stare accanto» ai bambini e ai ragazzi con la loro «testimonianza», «fiducia», «rispetto» e «responsabilità», riconoscendo che l’uso dei social e delle nuove tecnologie deve avere «regole» e «confini» ben precisi.

Ogni relazione educativa implica un esercizio del potere e delle responsabilità, ma questa deve sempre essere di «pari dignità», senza tuttavia diventare «alla pari». Non solo, non è mai lecito «invadere» lo spazio intimo dell’altro, utilizzare i social come strumenti intrusivi, scegliere luoghi per attività educative che non lascino possibilità di movimento e neppure abitazioni private. Inoltre è rischioso che il rapporto educativo sia riservato a un unico soggetto nelle diverse dimensioni: spirituale, sacramentale, amicale, professionale, di consacrazione.

Il documento mette in guardia anche dai rischi di abuso sessuale: «Riteniamo che la capacità di vivere in maniera sufficientemente matura la propria sessualità sia una condizione minimale per poter entrare in una relazione educativa». Non solo. L’utilizzo del digitale in ambito educativo con minori impone prassi ben precise: circoscrivere tempi e modi dell’attività virtuale; informare i genitori; tenere incontri non superiori ai 45 minuti; fare videochiamate in orari che prevedano la presenza di un genitore; impedire comportamenti scorretti da parte di un minore; non sottovalutare segnali di disagio…

Non mancano i divieti, per esempio di diffondere contenuti non concordati; pubblicare o diffondere materiale video che ritragga minori; proporre attività in orari inopportuni (notte); contattare un minore sui social con profili personali falsi; denigrare, offendere o ricattare affettivamente/psicologicamente un minore; scambiare immagini di contenuto direttamente o indirettamente erotico o sessuale; chiedere a un minore di mantenere segreto il contatto digitale.

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