Intervista a don Marco Recalcati, dall’1 marzo nominato cappellano di San Vittore al fianco di don Pietro Raimondi

di Luisa BOVE

Don Marco Recalcati

Entra «in punta di piedi» nel carcere di San Vittore il nuovo cappellano don Marco Recalcati nominato il 1° marzo scorso per affiancare don Pietro Raimondi. Ma non lascia Sesto San Giovanni dove è parroco a San Giorgio dal 2003 e farà la spola con la metropolitana fino al cuore di Milano. «Quando ero alla Comasina, al mio primo impegno pastorale, mi è capitato tre o quattro volte di andare a San Vittore e altrettante al Beccaria a trovare i ragazzi per un colloquio e un rapporto personale». Quando era in Seminario a Venegono, alcuni compagni della sua classe sono stati i primi a entrare a San Vittore a svolgere un servizio nel fine settimana. «Ma già a Saronno era nato il gruppo carcere e c’ero anch’io, abbiamo incontrato don Giorgio Caniato e don Cesare Curioni». Insomma, il mondo carcerario don Marco l’aveva già nel cuore.

Ora da cappellano come è stato l’impatto?
È un mondo a sé e molto vasto. A parte i cancelli che fisicamente e simbolicamente separano dall’esterno, tenendo conto che ho iniziato da pochi giorni, con qualche Messa e qualche incontro, sono due le riflessioni che mi permetto di fare: da una parte posso dire che lì il tempo si azzera, è diluito e l’orologio non conta più; dall’altra l’amicizia di don Pietro, adesso infatti facciamo le cose insieme, dal celebrare l’Eucaristia al colloquio personale, con segni molto semplici di ascolto, mettendosi in gioco.

Con quale spirito affronta questo nuovo incarico?
Mi rendo conto che il carcere è un ambiente molto delicato: non si limita al rapporto con i detenuti, ma a tutto il contesto, dagli agenti fini al volontariato. È importante creare una rete, perché non può essere un servizio unidirezionale, ma da costruire insieme. Devo riconoscere che dentro ci vuole tanta pazienza, man mano mi accorgo che devo mettere da parte la fretta. Mentre in una nuova parrocchia bastano due settimane per “prendere le misure”, a San Vittore ci vogliono mesi. Per ora vado quattro mattine alla settimana, la convenzione è solo di 18 ore. Fra sei mesi incontrerò il Vicario generale, mons. Mario Delpini, per una valutazione, ma mi auguro di continuare anche l’esperienza di parroco, magari rivedendo l’aspetto organizzativo.

E che cosa l’ha colpita?
La bellissima Messa feriale in cappellina, un ambiente pulito, il pavimento in cotto, i muri bianchi, panchine di legno con supporti in granito… È geniale poter celebrare la liturgia della Parola seduti, come una piccola scuola di catechesi, per  poi spostarsi – dopo lo scambio di pace – intorno a un tavolone che fa da altare e continuare la Messa.

Cosa si aspetta da questa esperienza?
Aspettarmi qualcosa è eccessivo… però l’atteggiamento, anche a livello spirituale, è di estrema essenzialità, parlando di Dio a chi ne ha tanta sete, con una povertà e una sofferenza che non può lasciare indifferenti. Non basta una pacca sulla spalla, la richiesta non può rimanere lì, ma la risposta può non essere esattamente ciò che si aspettano, però c’è la serietà nell’ascolto e uno stile coerente.

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