Il Vicario generale monsignor Mario Delpini spiega il significato della convocazione del clero per il resoconto sulla verifica dei “cinque cantieri” in atto in Diocesi

di Annamaria BRACCINI

Duomo

«Una convocazione come quella che vivremo il 28 maggio segna un evento in qualche modo eccezionale, anzitutto per la ragione stessa che è l’Arcivescovo a riunire in Duomo tutto il suo presbiterio, i sacerdoti e i diaconi permanenti. Dunque, non si tratta di un ritiro o di un ritrovarsi, anche se importanti, ma di un momento di Chiesa di particolare rilievo per la vita della Diocesi, che assume ancor più significato inserendosi nell’Anno della fede in corso».

Il Vicario generale, monsignor Mario Delpini, delinea così i due “fuochi”, per così dire, che definiscono l’appuntamento di fine maggio, previsto alle 10 in Cattedrale. E spiega ancora: «È l’occasione nella quale il cammino di verifica dei “cantieri aperti” nella nostra Chiesa – inerenti ai temi della riforma liturgica, Iniziazione cristiana, Comunità pastorali, introduzione dei sacerdoti novelli nel ministero e Pastorale giovanile – troveranno una loro conclusione, almeno formale. A dire che dalla fase della sperimentazione si passa a quella dell’elaborazione di alcune linee condivise, utili a itinerari il più possibili omogenei a livello diocesano».

Linee sulle quali si è discusso in questi mesi?
Dopo le indicazioni presenti nella lettera pastorale del Cardinale, su tali questioni abbiamo avviato un percorso di confronto che ha coinvolto i Consigli Episcopale e Presbiterale e, in parte il Consiglio Pastorale diocesano, da settembre a oggi.

Sarà, tuttavia, una convocazione del clero che avrà anche un profilo spirituale?
Certo. Non sarà solo un elenco, per quanto rilevante, di comunicazioni, ma, come dicevo, sarà un vero e proprio momento nel quale tutti i preti ambrosiani potranno pregare simbolicamente e concretamente riuniti con l’Arcivescovo.

Dunque la convocazione avrà anche carattere liturgico?
L’idea è proprio quella di vivere questo evento come un’occasione, nell’Anno della fede, di preghiera comune e di meditazione, sostanziando con una precisa visione di fede, le scelte che stiamo facendo. Decisioni che sono, ovviamente, centrali per l’andamento e il bene della Chiesa ambrosiana, riguardando punti-chiave del suo andamento pastorale ordinario, ma che non devono e non possono essere separate dal cammino sacerdotale che le ha guidate. Credo che la celebrazione del 28 maggio sia la circostanza più propizia per rinnovare, con tutto il clero, la Professione di fede che abbiamo compiuto con il Cardinale, come Vescovi, recandoci sulle tombe degli Apostoli nella Visita ad Limina del febbraio scorso.

Una tale modalità di incontro presbiterale trova anche una sua ispirazione nella tradizione ambrosiana con un clero che riflette nella propria “casa” per eccellenza, attorno alla Cattedra del Vescovo e sotto lo sguardo dei santi, beati e Pastori di Milano?
Sì. Che le parole che ci verranno proposte dall’Arcivescovo si situino nella cornice del Duomo sta a indicare che il momento celebrativo – penso, ad esempio, alla preghiera dell’Ora media, alla Professione di fede dei sacerdoti con l’indulgenza dell’Anno della fede, all’invocazione dei santi – non può in nessun caso essere disgiunto da quello pastorale-operativo.

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