Nella chiesa di Santa Maria degli Angeli, l’Arcivescovo ha presieduto la tradizionale Messa del Pellegrino

di Annamaria Braccini

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Essere in cammino con la spiritualità del pellegrino, come discepoli inviati per la missione fino ai confini del mondo, avendo qualcosa di autorevole e importante da dire: “Gesù è risorto”. Contro le tante disillusioni di oggi, la sua disperazione e quella sorta di risentimento che spesso si coglie verso i credenti in Cristo.

Nella splendida chiesa di Santa Maria degli Angeli – chiamata comunemente “Sant’Angelo” -, nel lunedì dell’Angelo, è questo il messaggio nelle parole dell’Arcivescovo che presiede la tradizionale “Messa del Pellegrino”.

«Grazie per essere venuto a pregare con noi Maria degli Angeli. Che la Madonna custodisca lei e tutti noi», dice, portando il saluto di benvenuto, padre Roberto Giraudo, superiore della Comunità dei Frati francescani (nel complesso si trova anche il loro Convento) che concelebra unitamente a padre Roberto Ferrari vicario della stessa Comunità. Il vescovo Mario, da parte sua, sottolinea: «Santa Maria degli Angeli ci renda capaci di riconoscere gli angeli che il Signore fa incontrare per indicarci come portare la nostra testimonianza a tutti coloro che aspettano la speranza».

Ma, appunto, come essere testimoni e, soprattutto, «dove cercare Gesù, dove sarà possibile vederlo e trovarlo», in una terra, come quella attuale, segnata da una specie di disperazione?

Infatti, «la confusione delle voci – osserva l’Arcivescovo -, la sconfitta del pensiero e della fiducia, l’insoddisfazione della scienza, i fallimenti, hanno indotto molti a non cercare più niente e a vivere alla giornata». Un tempo e un mondo dove non manca anche una specie di nostalgia per «le parole affascinanti, ma che ora suonano insignificanti. Nostalgia di quando i discepoli contavano nella società e avevano parole autorevoli da dire». Una realtà nella quale esiste e resiste pure una sorta di risentimento in quelli (e non solo in loro) che «hanno cercato di screditare in tutti i modi la testimonianza di Gesù e della sua Chiesa e si chiedono «come mai continua a sfuggirci come è fuggito dal sepolcro». Uomini di cultura che professano «lo scetticismo sistematico e fondamentalisti arrabbiati contro ogni segno cristiano» che sono alleati in una sorta di fastidio, di disprezzo o di persecuzione e che si domandano: Come mai continua a farsi vivo? Come mai si continua parlare di Lui?»,

Eppure, «noi siamo qui per cercare Gesù, e vogliamo imitare le donne che sono andate al sepolcro il primo giorno della settimana per un segno di affetto», ribadisce l’Arcivescovo rivolto ai fedeli distanziati nell’arioso spazio della chiesa arricchita dagli affreschi, dalle cappelle e dall’altare maggiore che è uno dei esempi più belli del barocco nel nord Italia.

«Le donne incontrano Gesù mentre corrono per andare dai discepoli ad annunciare che è risorto e invitano a metterci in cammino. Se anche voi volete incontrarlo, dovete mettervi in viaggio, essere in un percorso. Se si pensa che il Signore si possa rinchiudere in una Chiesa, in un gruppo, in una formula, non lo incontrerete. Chi sta seduto, finisce per aspettare vicino a un sepolcro».

Ma con quali atteggiamenti percorrere questa strada? Due le indicazioni del vescovo Mario: in primis, con la «spiritualità del pellegrino che ha una direzione e non è un vagabondo, ha una mèta perché ha creduto a una promessa», praticando una libertà.

«I pellegrini non sono così attaccati alle abitudini da ritenere che non si possano abbandonare, non sono così attaccati a quello che possiedono da non poter lasciare quello che hanno». Così «non ritengono di essere già arrivati, camminano in umiltà e gratitudine; sanno che Gesù li precede e sono convinti che è grazia grande essere pellegrini se si ha una direzione, se si crede che l’incontro è un promessa che merita di essere sperata, se si vive una libertà interiore».

Inoltre, i discepoli, come le donne, sono in cammino «perché mandati, inviati, non per una propria ambizione, inquietudine o progetto. La missione comporta un messaggio da portare, qualcosa da dire: Gesù non si deve cercare tra i morti, è risorto. È vivo e ci precede in Galilea».

Una missione che deve comportare anche benevolenza verso i destinatari, «desiderando incontrare coloro a cui si è mandati, non con un senso di superiorità, ma per condividere un messaggio. Il discepolo, per svolgere bene la sua missione, dovrà imparare tutte le lingue, adattarsi ad abitare in qualsiasi luogo, piangere con chi piange e fare festa con chi fa festa, che si tratti di un uomo ricco o povero, vicino o lontano»

Insomma, «per trovare Gesù bisogna essere sempre in strada, sempre oltre con la spiritualità dei pellegrini in cammino, perché inviati, per annunciare a tutti – come manda a dire Gesù ai discepoli nel Vangelo di Matteo -: “Vadano in Galilea: là mi vedranno”».

Infine, la recita corale della preghiera alla Madonna degli Angeli, la benedizione e il canto mariano concludono al celebrazione.

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