L’incontro pubblico al Leone XIII, affollato e ricco di interventi, ha concluso la visita dell’Arcivescovo nella Zona I, ultima tappa della sua “full immersion” nel territorio diocesano

di Luisa BOVE

Scola_Visita pastorale Milano

Ad accogliere l’Arcivescovo Angelo Scola all’ingresso del Leone XIII sono i tanti fogli appesi dagli alunni della scuola con espressioni di benvenuto. La sala è carica di attesa e gremita fino all’ultimo posto da operatori e consiglieri pastorali (molti dei quali neo eletti), provenienti da tutte le parrocchie della città. Con questo incontro, ha spiegato il Cardinale, si è concluso il suo ingresso in diocesi, fatto di serate a tema e visite alle sette Zone pastorali: «Tutti incontri preziosi e importanti che in breve tempo mi hanno permesso di fare una full immersion». Approfitta per ringraziare il Vicario generale, i Vicari episcopali e di Zona, come pure i decani, i preti e i responsabili degli uffici «che hanno speso tempo ed energie».

È accompagnato dal Vicario generale monsignor Carlo Redaelli e dal Moderator Curiae monsignor Gianni Zappa, ma a fare gli onori di casa è naturalmente monsignor Erminio De Scalzi, Vicario episcopale di Milano, che avvisa l’Arcivescovo che tante persone presenti «vengono da una giornata faticosa di lavoro, di impegni familiari e qualcuno forse non ha neppure cenato, ma questo capita non solo quando viene lei, ma anche in tante sere nelle quali i laici condividono la corresponsabilità in parrocchia con i loro preti».

Gli interventi degli operatori

I primi interventi della serata sono programmati. A rompere il ghiaccio sono Fiorenza e Lino, la coppia referente della pastorale familiare. Parlano del «ruolo unico, profetico e irrinunciabile degli sposi», dei gruppi familiari, dell’aiuto tra famiglie, delle esperienze di preghiera con i separati e i risposati, dell’accompagnamento dei fidanzati in vista del matrimonio… Per l’Incontro mondiale delle famiglie, dicono, «c’è grande fermento nella nostra Zona» e certo non mancherà agli operatori «la creatività» per proporre cammini di preparazione a quell’evento.

Di fronte a «una stagione complessa e difficile», ciò che sta a cuore e insieme preoccupa Silvio Songini è il rapporto tra Chiesa e politica. Secondo lui «occorrono più sforzi e coraggio» da parte di «cristiani formati, dediti al bene comune, liberi da interessi personali, che vivono una laicità autentica e di promozione della persona…». La politica, infatti, «non è per pochi addetti ai lavori», ma coinvolge tutti, perché si fa politica anche semplicemente partecipando alle assemblee condominiali. Songini non pensa certo a «uno Stato confessionale» e neppure a «un partito unico dei cattolici», seppure riconosca che oggi «c’è un problema di appartenenza» e in ogni partito si rischia di «stare un po’ stretti». Chi oggi è impegnato in politica o nelle amministrazioni sente la «solitudine» perché «mancano nei nostri ambienti, ma non solo, spazi di incontro e di confronto».

Franco Formenti invece esprime il desiderio di una maggiore «comunicazione ecclesiale»: non ne fa una questione di «linguaggio, di nuovi media o di raduni, perché di questo la nostra Chiesa è ricchissima», ma sente «il bisogno e la nostalgia della comunicatio» già nella fase iniziale, perché esista una discussione e una partecipazione a monte per poi produrre insieme i messaggi da diffondere. Il rischio, anche nelle comunità, è che oggi «operai, impiegati, professionisti, insegnanti… non si sentano coinvolti e alla fine tacciano spaesati», perché tutto viene deciso dai preti. «Come mai – si chiede ancora Formenti – a Milano, capitale del volontariato, molte iniziative nascono e si sviluppano fuori dalla Chiesa?». Gli stessi parroci sono troppo impegnati nell’amministrazione, «restauri, psicologia, questioni di ordine pubblico…»: per questo spera che le competenze e la professionalità di tanti laici siano valorizzate e sfruttate nelle comunità. «Noi non chiediamo ai preti di fare di più – conclude -, ma di lasciarci fare di più».

Le domande, i desideri, le richieste all’Arcivescovo non sono ancora finite: tanti altri laici di diverse parrocchie intervengono a ruota libera sui temi più vari: il rapporto tra movimenti e parrocchie; l’annuncio del Vangelo ai tanti universitari che «non hanno mai incontrato Gesù»; le unità pastorali; i criteri delle scelte da fare; l’urgenza di essere testimoni; il significato della propria vita; la «comunità vera» dove è possibile lo scambio…

«Cerchiamo di tornare all’essenziale»

Il cardinale Scola, seppure incalzato da tante domande, non ha la pretesa di rispondere a tutto subito. «Ci saranno altre occasioni», assicura. Ma sembra cogliere un filo rosso in grado di attraversarle tutte. Citando la prima coppia intervenuta, insiste sullo «stile di insieme che abbraccia tutto l’arco della vita». Lo ritiene un tema centrale, perché «lo stesso cristianesimo vuole essere un’esperienza umana compiuta». Ai cristiani di oggi è chiesto quindi «uno stile di vita a imitazione di Gesù». Egli infatti «partiva dal bisogno – dice l’Arcivescovo -, quindi piangeva, perdonava, si chinava sul dolore della vedova…»; insomma, «condivideva l’umano con uno stile proprio». «È questo lo stile che attraversa tutte le questioni che avete posto su famiglia, lavoro, giustizia, politica, comunicazione…», insiste il cardinale Scola.

Quindi invita a costruire «contesti di vita buoni» e a «vivere da cristiani in ogni ambiente di vita», in famiglia, al lavoro, in politica «che inesorabilmente riguarda tutti». Rispetto alla presenza in parrocchia, dice ai laici di essere «soggetti a pieno titolo» e li sprona a vivere la «comunione ecclesiale». Se da una parte si augura una «declericalizzazione», dall’altra non vuole che ci sia un «clericalizzare i laici», che devono piuttosto portare lo stile imparato da Gesù nei diversi ambienti. «Questo è ciò che bisogna proporre anche ai giovani, senza però avere l’ossessione di risolvere la questione mondiale. Sarà lo Spirito Santo a inventare mille modi per comunicare e affrontare tutti i problemi di nascita, vita, morte, dolore, povertà, ingiustizia, miseria, accoglienza degli immigrati…». E prima di lasciare la sala il cardinale Scola fa al suo pubblico due raccomandazioni; «accettare con umiltà di non essere onnipotenti» e «cercare ogni giorno di tornare all’essenziale».  

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