Questa la “comunità educante” - al centro della Nota pastorale dell'Arcivescovo - nella visione di Paolo Perego, presidente del Consiglio d'istituto di una scuola parrocchiale milanese

di Francesca LOZITO

Paolo Perego

 L’educazione ha bisogno di un villaggio. Paolo Perego, giornalista, è genitore e presidente del Consiglio d’istituto della scuola parrocchiale Maria Immacolata, nella parrocchia milanese San Dionigi in Santi Clemente e Guido.

Nel contesto di una scuola parrocchiale, in che modo si concretizza quella frammentazione dell’io nella vita dei ragazzi di cui parla il cardinale Scola?
I bambini della Maria Immacolata, scuola in cui sono coinvolto come genitore e presidente del Consiglio di istituto, forse sono ancora piccoli per riconoscere in loro i sintomi di cui parla il Cardinale. Che non vuol dire che questo non abbia effetti su di loro. Al contrario. Nell’esperienza degli ultimi anni, abbiamo sperimentato sulla nostra pelle l’emergere sempre più dirompente del bisogno di compagnia delle famiglie. La frenesia della vita, il tempo del lavoro, la stessa crisi economica, con tutto il carico di effetti che porta… E spesso la solitudine, rattoppata da rapporti fittizi e in cui spesso è difficile mettere a tema davvero le questioni più urgenti della vita. Compreso il rapporto con i figli. Così, la strada che abbiamo intrapreso è quella di coinvolgerci e di coinvolgere sempre più le famiglie e la comunità locale.

Quale genere di stimoli si possono dare ai ragazzi per fare esperienza di unità?
Lo stimolo principale è ciò che vedono, soprattutto da piccoli. Non basta dare i valori, spiegare i comportamenti giusti. La bellezza di tanti fatti accaduti a scuola, rapporti o avvenimenti, è direttamente proporzionale al desiderio di unità per sé che ciascuno ha messo in campo. Mi spiego: come posso dire a un bambino che Gesù è il cuore della vita, se non desidero che sia così per me? Un bambino si accorge di come si muovono i genitori, di come insegnano le maestre.

In una scuola cattolica c’è una marcia in più in questo senso?
La fede è un giudizio che mette Cristo al centro della vita e della realtà. È una marcia in più? Sì, dove questo accade. Le alternative sono il relativismo, la neutralità, il nichilismo… Un bambino, un ragazzo, quando fa una domanda, chiede una risposta certa. Per questo l’identità di una scuola, il taglio educativo e il percorso che propone, devono essere sempre chiari. Certo, capita che chi sceglie la scuola cattolica per i propri figli lo faccia un po’ per proteggerli dal «resto del mondo». Ma è un’illusione, a maggior ragione nel tempo in cui viviamo. Lungi dall’essere un bastione di difesa, la scuola cattolica è, deve essere una porta sul mondo da cui escano ragazzi in grado di vivere, vivere davvero, da uomini, ogni piega della vita.

Come si incontra nel contesto scolastico il percorso educativo con quello dell’iniziazione cristiana?
La fede, essere cristiani è qualcosa che non può non c’entrare con un percorso educativo. A scuola si impara a conoscere la realtà, in ogni sua declinazione e piega. Nel rapporto educativo un bambino o un ragazzo vengono accompagnati a scoprirla sempre più. Ma la realtà, tutto ciò che accade o che c’è, è il luogo dell’incontro con Gesù. Spiegare la realtà escludendone il suo significato ultimo è come buttarne via la parte più buona. Tutta la comunità educante, famiglie comprese, abbiano sempre chiaro quale deve essere il tenore della proposta educativa. E che si sostengano in questo, vicendevolmente. È il villaggio che occorre per educare un figlio.

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