Redazione

Era il 1994 quando Morena è finita a San Vittore. Aveva 27 anni e una vita davanti. L’impatto è stato durissimo. Poi ha tentato di reagire positivamente e c’è riuscita. In carcere si è offerta di lavorare e ha conseguito il diploma di maturità. Ora lavora "fuori" in una libreria del centro di Milano e la sera rientra in carcere. «Dal 1994 – racconta – ho fatto passi da gigante ed oggi sono contenta di quello che sono, pur con tutte le mie contraddizioni e i miei problemi».

di Luisa Bove

Era il 1994 quando Morena è finita a San Vittore. Aveva 27 anni e una vita davanti. L’impatto è stato durissimo : perquisizione, impronte, foto segnaletiche… «C’è tutta una procedura che ti spoglia totalmente della tua personalità – racconta oggi la donna – e che continua anche dopo». Nel primo periodo ha condiviso la cella con altre cinque compagne: non è facile, quando storie, esigenze e interessi sono completamente diversi. «Poi ho tentato di reagire positivamente e ci sono riuscita, ho attinto a forze interiori che neppure io pensavo di avere». Ha fatto subito la “domandina” (così si chiama in carcere ogni richiesta scritta per ottenere qualcosa dalla direzione) per lavorare, «perché avevo bisogno di mantenermi. All’interno passano solo il vitto, che il più delle volte è insufficiente: tutto il resto va comprato».

In poco tempo Morena ha ottenuto il posto di “porta-vitto” sul piano, ma nel frattempo si teneva informata sui nuovi corsi organizzati per i detenuti. Si è iscritta a quello di restauro tappeti, che prevedeva lezioni pratiche, nozioni di storia dell’arte e altro ancora: «Il professore era molto bravo e la materia mi affascinava». E infatti dall’esame finale ne è uscita brillantemente tanto che in molti l’hanno incoraggiata a continuare gli studi. «All’inizio non volevo, anche perché alle medie ero uscita con “sufficiente” – ammette Morena -. Poi, forse anche per riscattarmi, mi sono lasciata convincere e mi sono iscritta all’Istituto tecnico per il turismo». Il primo anno non è stato difficile, ma i successivi si sono fatti sempre più impegnativi, anche perché nel frattempo Morena era passata al lavoro in cucina, che la impegnava diverse ore al giorno: per studiare le restava solo la sera fino a mezzanotte.

«A scuola ho conosciuto tante volontarie – racconta -, che un direttore illuminato come Luigi Pagano faceva entrare a San Vittore per favorire sia la cultura sia il riscatto. Se non si offre questo, quando il detenuto torna in società rischia di essere peggio di prima. Tutte hanno avuto molta pazienza con me, dimostrando anche grande umanità».

Più volte Morena avrebbe voluto rinunciare, ma le volontarie l’hanno spronata a continuare: «Alla fine ce l’ho fatta e l’esame di maturità è stato il giorno più bello della mia vita, insieme a quello del mio matrimonio». Mentre studiava, infatti, Morena ha conosciuto quello che sarebbe diventato suo marito. Dopo il lavoro in cucina le era stato proposto un corso di informatica di 800 ore, finanziato con i fondi europei. A frequentarlo era un gruppo misto di ragazze e giovani, ma le lezioni si svolgevano nel reparto maschile. Al termine Morena è stata assunta per un lavoro di inserimento dati nell’archivio di ricette farmaceutiche per la Regione. «Ho lavorato alcuni anni e nel 2000 ho conosciuto Marco – racconta -: arrivava dal carcere di Palmi e il direttore gli aveva offerto un’opportunità di riscatto». Si era messo a dipingere e il suo “laboratorio” era proprio di fronte al locale dei computer. Non è stato un colpo di fulmine, ammette oggi Morena, e il loro rapporto si limitava a poche battute, sguardi e qualche lettera consegnata con la complicità dei compagni.

«Mi trasmetteva un’armonia mai provata prima – dice la detenuta -, grazie alla sua pacatezza nel parlare…». Alcuni mesi dopo essersi conosciuti hanno chiesto al direttore di poter fare un colloquio, «perché avevamo intenzione di mettere a fuoco la nostra situazione per un eventuale matrimonio». Pagano l’ha concesso e l’8 giugno 2001 Morena e Marco si sono sposati a San Vittore.

Dopo l’esame di maturità, sempre grazie all’interessamento di una volontaria, Morena ha ottenuto un colloquio di lavoro alla Libreria Feltrinelli. Anche l’ultimo scoglio era superato: «Ho trovato un ambiente favorevole, senza pregiudizi e sono stata accolta bene da tutti i colleghi. All’inizio non sapevano di me: infatti era preferibile farmi prima conoscere. Ma adesso lo sanno e sono molto contenta». Dopo il periodo di prova è stata assunta e ora lavora cinque giorni alla settimana per 40 ore. Ha cominciato stando alla cassa, ma adesso si occupa anche delle vendite nella sezione di libri per bambini, dove dimostra grande capacità.

Dal 1994 a oggi «ho fatto passi da gigante – dice Morena -, ma il primo aspetto su cui ho dovuto lavorare è stato il perdono di me stessa» . Con lo psicologo del reparto femminile ha riletto la sua infanzia e il percorso successivo. Ma un ruolo fondamentale hanno avuto per lei anche le volontarie: «Il confronto con le persone esterne aiuta tantissimo, perché finché parliamo fra di noi non vediamo prospettive future. Con le volontarie invece si può dialogare con fiducia e “lasciarsi andare”». E conclude: «Oggi sono contenta di quello che sono, pur con tutte le mie contraddizioni e i miei problemi».

Per Morena il fine-pena scatterà nel 2020, ma ora che lavora “fuori” da quattro anni e ha preso in affitto un monolocale, spera di ottenere la semi-libertà, sposarsi in chiesa e avere un figlio.

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