Redazione

La cura per il bene comune della parrocchia richiede di lavorare insieme, in comunione con il parroco e tutti i fedeli. Di qui l’importanza di una stretta collaborazione tra il consiglio pastorale e quello per gli affari economici.

di Claudio Mazza

Le strutture e le risorse parrocchiali trovano “senso” se destinate alle finalità per le quali la Chiesa utilizza i beni temporali: provvedere alle necessità del culto, al sostentamento del clero, alle opere di evangelizzazione e di carità e a promuovere forme di solidarietà tra comunità ecclesiali. Il Consiglio per gli affari economici è lo strumento di partecipazione per la cura pastorale di tali beni e attività. Ed è moralmente responsabile con il parroco davanti alla comunità del corretto e puntuale assolvimento di tutti gli adempimenti e delle obbligazioni che, per diritto canonico o norma civile, sono poste a capo della parrocchia.

Risulta pertanto decisiva, da parte del Consiglio, la capacità di instaurare un rapporto collaborativo con il parroco, che di fatto è il rappresentante giuridico della parrocchia, e – mediante lui – con gli organismi diocesani responsabili della vigilanza sui beni ecclesiastici.

Se tale è la natura del Consiglio per gli affari economici, quali ne sono le caratteristiche? Soprattutto due: partecipazione corresponsabile e trasparenza. Si tratta di due binari su cui procedere con rigore. Tutti avvertiamo che la parrocchia risulta nel suo insieme più credibile quando ciascuno dei fedeli partecipa corresponsabilmente alla sua vita e quando l’amministrazione dei suoi beni è trasparente e corretta. Questa trasparenza si ottiene grazie anche all’apporto professionale e competente dei laici, ma la capacità tecnica e operativa la si deve sempre coniugare con uno spiccato senso ecclesiale, perché si è a servizio di una comunità parrocchiale, non di un’azienda.

Ne consegue che il buon funzionamento del Consiglio non può dipendere esclusivamente dai meccanismi istituzionali e burocratici, ma esige da parte dei suoi membri una coscienza ecclesiale, la familiarità con il Vangelo, un’attitudine al dialogo, alla condivisione del progetto pastorale parrocchiale e a convergere anche nell’opinabile verso scelte ponderate e condivise.

I beni economici, pertanto, non possono essere una realtà neutra rispetto alla vita della comunità e alle sue scelte pastorali. Di qui l’importanza di una stretta collaborazione tra il consiglio pastorale e quello per gli affari economici. Il Sinodo diocesano parla chiaro: «L’opera del consiglio per gli affari economici deve iscriversi negli orientamenti tracciati dal consiglio pastorale, al quale chiederà un parere previo sulle scelte di natura economica che hanno forte rilievo pastorale, sui beni necessari alla vita futura della comunità e sull’alienazione di quelli che fossero di aggravio per la loro gestione».

L’esperienza sul campo, però, porta a galla una certa persistente difficoltà nell’articolazione delle attività dei due consigli col rischio di sovrapposizioni che se non gestite in fraterna collaborazione possono configurarsi come fastidiose ingerenze.

La cura per il bene comune della parrocchia richiede, invece, di lavorare insieme, in comunione con il parroco e tutti i fedeli. È vero che entrambi i consigli hanno “funzione consultiva”, ma il Sinodo diocesano avverte che il consigliare nella Chiesa non è affatto facoltativo – io do il mio parere e poi mi disinteresso di quanto avviene, oppure non lo do perché ritengo non abbia efficacia – ma è necessario per il cammino da compiere e per le scelte pastorali da fare.

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