Redazione

Riccardo Moro, economista, direttore della Fondazione giustizia e solidarietà della Cei, ricorda la figura di un uomo minuto e mite che un giorno di dieci anni fa affascinò una platea internazionale di banchieri, riunita per un convegno sul futuro dei mercati finanziari, raccontando della banca che presta soldi ai poveri.

di Riccardo Moro

Ho conosciuto Muhammad Yunus una decina d’anni fa in un convegno dedicato al futuro dei mercati finanziari. I relatori provenivano da quattro continenti, praticavano, con diversa lena, cinque religioni diverse, ed erano considerati tra gli officianti più importanti di quello strano rito che si chiama mercato finanziario globale. Il moderatore era un simpatico giornalista di origine ebrea figlio di un grande banchiere.

Tutti avevano una strana soggezione di Yunus, un uomo minuto e mite, che spiegava con molta serenità come mai la sua banca, a differenza di tutte quelle presenti in quella autorevole riunione, non soffrisse di “sofferenze”, cioè della mancata restituzione dei prestiti erogati, che comportano difficoltà, costi di recupero, ritardi negli incassi, riduzione delle disponibilità, perdite… Misurata nel mercato mondiale, l’entità delle sofferenze bancarie è enorme. E Yunus con la sua Grameen Bank era l’unico a non soffrirne.

Yunus iniziò e concluse il suo intervento con le stesse parole. «Noi non prestiamo i soldi della nostra banca a un cliente perché può offrire delle garanzie di restituzione in caso di difficoltà. Noi gli prestiamo i nostri soldi perché è una persona umana».

Quando pronunciò questa frase la prima volta nella sala ebbi un piccolo brivido. Ma che fa questo Yunus, cita Maritain? I visi degli altri banchieri erano perplessi. Poi Yunus iniziò a descrivere come un giorno avesse deciso di provare a sperimentare tra i poveri del Bangladesh le teorie economiche che aveva sino a quel momento insegnato in università e di come si fosse reso conto della distanza tra i modellini microeconomici e le dinamiche reali dell’economia.

L’economia serve a vincere la povertà, diceva Ynunus, però se usiamo gli strumenti tradizionali non otterremo nulla. Guardate le donne. Hanno frutta e verdura da vendere ma non hanno il carretto per portarla al mercato e, naturalmente, non hanno i soldi per il carretto. Dovrebbero andare in banca, ma in banca non gli fanno prestito vuoi perché per un carretto di legno costa talmente poco che l’istruzione della pratica costa più del carretto, vuoi perché queste donne non sono in grado di presentare garanzie da usare in caso di insolvenza. In breve queste donne non sono “bancabili”, nessuno presta loro nulla e non riescono a cambiare la loro condizione. Allora abbiamo pensato, spiegava con dolcezza, che si dovesse smetterla con la richiesta di garanzie.

Dovevamo guardare alle persone per ciò che erano e non per ciò che avevano. Cominciammo così a dare i prestiti alle persone in base all’idea imprenditoriale che avevano, per quanto piccola fosse. E poi non stavamo fermi in ufficio ad aspettare la gente, ma andavamo noi nei villaggi, ogni settimana, a incontrare le persone. Dopo pochi mesi abbiamo scoperto che quelli che il mondo chiama straccioni hanno un senso dell’onore spiccato e spesso più grande dei tanti capitani d’industria che cercano di eludere o evadere le tasse. Tutti i nostri “clienti” erano orgogliosi di aver ricevuto fiducia ed erano fieri, al villaggio, di ricevere la nostra visita e di far vedere che cosa avevano comprato col “microcredito” ricevuto. E i risultati si vedevano.

Quando Yunus illustrò il tasso di crescita con cui la Grameen Bank aveva allargato la sua azione lungo i 15 anni della sua vita i banchieri presenti in sala avevano smesso da parecchio di ascoltarlo come si ascolta la testimonianza romantica di un sognatore. Quando concluse ripetendo l’idea del microcredito come relazione fra persone umane l’applauso scattò naturale e irritualmente entusiasta.

In questi anni il microcredito, cioè l’organizzazione dell’attività bancaria a misura di persona umana, che presta ai poveri e produce risultati positivi e sostenibili in misura maggiore di quanto fa il sistema bancario tradizionale, si è diffuso in tutto il mondo, diventando uno strumento di concreta uscita dalla povertà per milioni di persone, rendendole protagoniste del loro sviluppo e non semplici beneficiari di generosità.

Oggi Muhammad Yunus e la Grameen Bank ricevono il premio Nobel per la pace. Qualcuno si sarebbe atteso per loro il Nobel dell’economia, ma Yunus nasce studioso per trasformarsi in operatore attivo. È quello per la pace il premio giusto. Lo affermava in modo esigente Paolo VI nella Populorum Progressio, «Lo sviluppo è il nuovo nome della Pace». E allora è bello sorridere per un premio che dà entusiasmo ai tanti operatori di pace che in questi anni come micro imprenditori, come micro banchieri, come volontari, hanno lavorato nei luoghi più faticosi della terra. È bello che ai grandi si ricordi che la pace si fonda sulle relazioni umane. E, forse non da ultimo, è bello farlo insieme a un uomo che si chiama Muhammad.

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