Redazione

«La sua tempra era d’acciaio, il suo atteggiamento radicale soprattutto nella povertà, la sua sincerità spudorata, a partire da se stesso…». Con queste parole il cardinal Piovanelli, vescovo emerito di Firenze, rievoca il primo incontro in seminario con il suo compagno di messa don Lorenzo Milani.

Undici, come una squadra di calcio. Era il 13 luglio 1947. La foto ufficiale li ritrae, subito dopo l’ordinazione, nel corridoio del Palazzo arcivescovile di Firenze. Don Lorenzo Milani è il secondo da sinistra nella fila centrale. Don Silvano Piovanelli è il secondo da destra nella fila in alto. Con gli undici sacerdoti novelli, in posa, seduti, il cardinale Elia Dalla Costa, monsignor Enrico Bartoletti e il rettore del Seminario monsignor Giulio Lorini.

Degli undici, don Silvano Piovanelli, oggi cardinale, è l’unico ancora vivo. Lo incontriamo alla Pieve di Cercina, sulle colline di Firenze, dove si è ritirato dopo aver lasciato la diocesi fiorentina per raggiunti limiti di età. Oggi di anni ne ha 83. Tra lui e don Milani correva un anno. Piovanelli era più giovane.

Eminenza, com’era Lorenzo Milani seminarista?
Quando lui entrò in Seminario, nel novembre 1943, ci accorgemmo subito che entrava come convertito. La sua tempra era d’acciaio e il suo atteggiamento era radicale soprattutto nella povertà. Al posto del letto volle una branda. Le scarpe se le fece da solo ritagliandole da un fascione di motocicletta. Lui entrava dopo aver fatto un anno di università, mentre alcuni di noi erano lì già da 8 anni. Lui ne aveva 20, uno più di noi, ma soprattutto aveva un’esperienza diversa che si rifletteva anche nello studio. Il suo metodo era quello della ricerca mentre noi, al suo confronto, eravamo tutto sommato solo dei liceali. Un’altra cosa che ci colpì subito fu la sua sincerità spudorata, a partire da se stesso. Mi ricordo, per esempio, che quando dette l’esame di Sacra Scrittura, non sapeva rispondere a una domanda della commissione. Allora il nostro professore, monsignor Bartoletti, gli suggerì la risposta. E lui: «Il professore mi ha detto così…». Era la verità. Perché non si deve dire la verità? Un altro episodio che testimonia la radicalità della sua scelta è quando morì suo padre. Il rettore lo mandò a casa e lui, la sera stessa, tornò in Seminario. «Questa è la mia famiglia – disse, citando il Vangelo -. “Chi non lascia sua padre e sua madre…”.

Questo modo di essere, dal punto di vista dei rapporti umani, lo rendeva apprezzabile o al contrario un po’ antipatico?
Al nostro interno lo apprezzavamo molto. Siamo stati sinceramenti amici. Certo ci appariva un po’ esagerato nelle sue posizioni. Ma poi, crescendo, acquisendo esperienza nella vita e anche assumendo delle responsabilità, mi sono sempre più convinto che l’esagerazione è la misura giusta. Noi siamo amati da Dio in modo esagerato e quindi la nostra risposta non può che essere esagerata. Mi sono accorto quindi che la sua esagerazione era solo coerenza evangelica. E mi sembra un esempio importante in un tempo in cui siamo chiamati a passare da un cristianesimo di tradizione a un cristianesimo di convinzione.

In estrema sintesi, cosa resta oggi di don Milani?
Rimane l’esempio di una scelta alta dei mezzi migliori per promuovere l’uomo affinché l’uomo sia libero di scegliere. Rimane la scelta dei poveri. Rimane la sua tensione pastorale alla missione. Rimane la sua fede, perché non si spiega don Milani se non come un prete che ha fede.

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