Il sacerdote - responsabile dell’Ufficio per i fedeli separati e segretario del Consiglio presbiterale diocesano - scomparso nei giorni scorsi, «ha offerto la sua prossimità con volto sorridente e parole sapienti»

di monsignor Mario DELPINI
Arcivescovo di Milano

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Don Diego Pirovano

Condivisione straziata

Mentre scende la sera di questa giornata, desidero condividere anche con te il mio strazio per la morte di don Diego Pirovano. Alla notizia della tragedia ciascuno reagisce a modo proprio, perché le stesse vicende suscitano nelle diverse persone reazioni differenti. Scrivo queste righe perché, pur nelle nostre diversità, ci incontriamo nel porgere le nostre condoglianze al papà e ai familiari, nel partecipare insieme a una visione di fede e a una fraternità di preghiera.

Don Diego ha preso questa tragica decisione dichiarando: «Non ce la faccio più».

Mi torna in mente il cantico di Giona: «Le acque mi hanno sommerso fino alla gola, l’abisso mi ha avvolto, l’alga si è avvinta al mio capo».

Più che una scelta si è trattato di un arrendersi al gorgo irresistibile? Nessuno può dirlo. Il Signore lo sa.

La sua storia personale e familiare, segnata da eventi drammatici, la morte della mamma, questi giorni di isolamento e di trepidazione per l’epidemia, possono aver contribuito alla decisione, che resta inspiegabile e sconcertante. Non mi sembra rispettoso indagare con curiosità morbosa, nell’intimità, per altro insondabile, di un confratello che abbiamo apprezzato per le sue qualità e per il suo ministero.

Nel suo Ministero, don Diego ha incontrato molte persone ferite, nel servizio in Tribunale, nella responsabilità dell’Ufficio per i fedeli separati, nei viaggi a Lourdes con gli ammalati. Ha dato testimonianza di sensibilità e di delicatezza, ha offerto la sua prossimità con volto sorridente e parole sapienti. Le persone che l’hanno avuto vicino intercedono per lui.

La morte di don Diego, questa morte!, è una ferita per tutto il Presbiterio diocesano, già segnato dalla scomparsa di molti confratelli in questo tempo di pandemia. Devo ringraziare il Presbiterio di Cologno Monzese, parrocchia Santi Marco e Gregorio, e altri preti amici per le premure che hanno avuto in questi giorni per don Diego: si sono accorti di una situazione di turbamento, di angoscia e se ne sono fatti carico. Ma chi poteva immaginare questo esito?

Per il suo Ministero e per la sua personalità, don Diego è stato conosciuto da molti: per il servizio in parrocchia, per gli studi romani, per il servizio in tribunale e nell’Ufficio per i fedeli separati, per i suo ruolo di segretario del Consiglio Presbiterale Diocesano. Perciò molti, alla notizia della sua tragica morte, sono sconcertati.

Quali parole possiamo dire? Quali riflessioni condividere?

Più che dare risposte viene spontaneo dubitare di noi stessi, della nostra capacità di attenzione e di custodia dei fratelli. Ma è giusto questo dubbio? È fondato questo senso di colpa?

Io non so dire altro: preghiamo, portiamo i pesi gli uni degli altri, impariamo a chiedere aiuto quando siamo nella prova, affidiamo don Diego alla misericordia di Dio.

Forse don Diego ha potuto arrivare fino alla conclusione del cantico di Giona: «Ma tu hai fatto risalire dalla fossa la mia vita, Signore, mio Dio… ma io con voce di lode offrirò a te un sacrificio e adempirò il voto che ho fatto; la salvezza viene dal Signore».

Preghiamo, piangiamo e speriamo.

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