Nell’Aula Magna dell’Università Cattolica, il cardinale Scola è intervenuto a un dibattito in occasione della presentazione del volume del cardinale Camillo Ruini e di Andrea Galli “Intervista su Dio”. All'incontro hanno preso parte anche il filosofo Giovanni Reale e Silvano Petrosino, docente di Filosofia della Comunicazione

di Loris CANTARELLI

scola ruini

«Non ha alcuna scusa chi non riconosce ciò che di Dio si può conoscere» (1 Rm): così il cardinale Angelo Scola ha aperto il suo intervento in Aula Magna dell’Università Cattolica a Milano. L’occasione, la presentazione del volume di Camillo Ruini, a partire dalle domande del giornalista Andrea Galli, Intervista su Dio. Le parole della fede, il cammino della ragione (Mondadori).

Come possiamo avere certezza che Dio esiste? E se esiste, come possiamo essere sicuri che si interessa di noi? Fin dove possiamo spingerci con la nostra ragione e perché il Dio di Gesù Cristo dovrebbe essere la risposta più affidabile? Domande ineludibili anche per l’uomo del Terzo Millennio, nonostante (e forse ancor di più proprio per questo) la mentalità corrente finga spesso d’ignorarle.

Con i due porporati, il filosofo Giovanni Reale (per 52 anni tra le mura dell’ateneo, da studente, assistente e professore) e Silvano Petrosino (docente di Filosofia della Comunicazione in Cattolica), moderati dal giornalista Armando Torno (dalla Redazione Cultura del Corriere della sera). Il dibattito è aperto dal breve saluto del prorettore Franco Anelli, che nota come esplicitamente non si tratti di un “libro di memorie” ma un’offerta all’uomo del presente con più livelli di lettura, e dai ringraziamenti di Ferruccio Parazzoli, editor della casa editrice di Segrate, soddisfatto del grande interesse suscitato dall’opera, già ristampato nella prima settimana di uscita.

Reale apre gli interventi con un’appassionata rilettura dei temi del volume di Ruini, «il suo migliore, proprio perché dice che aveva bisogno di scriverne fin da prima di diventare vescovo», cogliendo echi di Agostino e Kierkegaard, segnalando lo svelamento del relativismo e del nichilismo totale con le parole di Albert Camus (“Un impiegato delle poste è pari a un conquistatore, qualora l’uno e l’altro abbiano una coscienza comune. Tutte le esperienze sono, al riguardo, indifferenti”), apprezzando le descrizioni dell’essenza del Cristianesimo («la presenza di Dio in Cristo nel mondo») e della preghiera («il rapporto con Dio per eccellenza»).

Petrosino riconosce poi tre tesi alla base del libro, di cui rileva le oltre 450 note su argomenti diversi: il carattere di apertura illimitata della ragione (che porta a Dio tutt’altro che come ripiego per andare avanti in funzione consolatoria), il fatto che questa apertura non s’impone mai come vincolo necessario (bensì come libera risposta e non reazione), l’aver fede che occorre accanto a ragione e desiderio (per riconoscere i segni ancor prima di seguirne il cammino).

Il cardinale Scola apprezza nel libro «la robusta considerazione dell’umano in tutte le sue manifestazioni» e, in una lunga analisi sapiente e dettagliata, nota come «il riconoscimento di Dio comporta l’affermazione dell’uomo», e che «alla teologia di questo volume è quindi sottesa una sostanziosa antropologia», in un’opera che mostra una filosofia «sensibile e popolare» e si rivolge senza preclusioni agli uomini di oggi. E nel solco degli due Pontefici (esplicitamente citati), Scola conclude ancora con san Paolo: «Nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo» (1 Cor).

Nel finale, il cardinale Ruini ha ringraziato Andrea Galli per le domande stimolanti porte in modo «intelligente e amichevole», nonché i relatori per aver letto i passaggi per cui «l’antropocentrismo arriva dal Cristanesimo ed è unitario al teocentrismo, mentre se è esclusivo sfocia nel naturalismo», offrendo il volume «al lettore di buona volontà, che voglia approfondire la fede nella cultura del nostro tempo, e a chi ha incertezza e perplessità ma vuole giungere a fede adulta».

Perché la filosofia e la teologia non rimangano lettera morta, ma s’incarnino secondo la via per cui «Dio è amore» (1 Gv), come il moderatore ha opportunamente concluso la serata.  

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