Il ruolo decisivo dei credenti impegnati a ricostruire il legame sociale e a progettare il futuro. Parla monsignor Bressan

di Pino NARDI

bressan

«Il ruolo dei cattolici in politica è quello di imparare e insegnare realismo». Lo sostiene monsignor Luca Bressan, vicario episcopale per la Cultura, la carità, la missione e l’azione sociale. La questione della voce dei cattolici impegnati nell’attività politica l’ha rilanciata il cardinale Scola lo scorso 2 giugno, Festa della Repubblica, parlando ai giornalisti a bordo campo, prima dell’incontro con i cresimandi.

La Chiesa ambrosiana torna dunque a farsi sentire sulla necessità di una politica alta, credibile, che non accetta di schiacciarsi sul consenso facile e anche demagogico, ma punta alla costruzione di un nuovo legame sociale per una città dell’uomo a misura di persona. Per far questo è necessaria una nuova grammatica, linguaggi innovativi, ma con lo stesso spirito di sempre al servizio del bene comune. Tra le proposte la realizzazione dei «Dialoghi sulla vita buona». Un percorso da affrontare alla luce del nuovo umanesimo, più volte al centro della riflessione di Scola in particolare nei Discorsi alla città. Sottolineando la necessità, secondo mons. Bressan, «di una nuova declinazione culturale del cristianesimo: dobbiamo tornare a far cultura».

Recentemente il cardinale Scola ha parlato della voce un po’ spenta dei cattolici in politica, ma ha anche detto che c’è speranza, in particolare nei giovani. Qual è il ruolo dei cattolici oggi in politica?
Le vicende di domenica scorsa (questione immigrati, ndr), nelle quali non vogliamo entrare per polemica, segnalano un dato che non dobbiamo sottovalutare. Si è rotto l’immaginario sociale, la rappresentazione condivisa sulla quale si costruisce il patto tra le persone. Ci siamo accorti che dobbiamo ridirci le ragioni per cui vale la pena stare insieme, quali sono i valori che condividiamo, come organizzarci. C’è proprio bisogno di ricostruire la società, il legame sociale tra di noi. E questa, secondo me, è la prima osservazione che possiamo fare alle parole del Cardinale: c’è bisogno di cattolici in politica perché è necessario tornare a costruire politica, dando come contenuto a questa parola la capacità di progettare il futuro, a partire da una visione che tenga conto del bene di tutti. Perché c’è bisogno che in questo momento di grande cambiamento le paure non ci rendano egoisti, dove ognuno pensa a come salvarsi e quindi pensa solo a sé.

Il Cardinale ha anche stigmatizzato il fenomeno dell’astensionismo, ha sollecitato i partiti e i politici a una maggiore credibilità sia nei comportamenti, sia nelle idee. È questa la strada per sanare il distacco tra cittadini e politica?
Secondo me la strada che il Cardinale indica è importante per tre ragioni. Primo: occorre tornare a formare alla politica perché il cambiamento ha reso obsolete tutte le grammatiche vecchie. Quindi ne è necessaria una nuova praticando un linguaggio diverso. La gente fa fatica ad andare a votare, perché non capisce l’utilità di quel gesto. Occorre tornare a dire che quel gesto fa parte di un linguaggio che permette di costruire la visione che fa capo al bene di tutti e che progetta il futuro. Quindi c’è bisogno di qualcuno che inizi questa nuova catena. Secondo: tornare a parlare di contenuti. La politica dovrebbe essere quello spazio che permette di affrontare i disagi del presente con maggiore profondità e invece spesso assistiamo a uno spettacolo quotidiano in cui la politica è lo specchio delle nostre emozioni, non dà profondità, non dà visione ulteriore, non ci permette di comprendere ciò che è veramente in gioco in questo momento. Terzo: il bisogno di tornare a investire energie. Il rischio è che la gente vota poco perché tutti ci pensiamo spettatori di un dramma nel quale non abbiamo alcuna parte. Invece dobbiamo comprendere che tutti abbiamo una parte da giocare, una responsabilità ognuno al nostro livello. Secondo me questo è lo spazio che ci può insegnare anche un evento come Expo.

Proprio a Expo nei giorni scorsi l’Arcivescovo è tornato a parlare di accoglienza verso gli stranieri. Il tema dell’immigrazione è l’elemento dirimente anche in termini di propaganda politica, ponendo problemi anche dal punto di vista culturale: i politici che fanno affermazioni di chiusura netta alimentano le paure non assumendosi la responsabilità di gestire i fenomeni…
Sì, ma c’è anche una responsabilità dell’informazione. Ad esempio la paura connessa al contagio per scabbia o per lebbra: l’informazione deve far vedere che l’immigrazione è uno degli aspetti della rottura dell’immaginario sociale che dicevamo prima. Perché l’altro aspetto è la fatica a fare figli, infatti l’immigrazione è l’altro lato del fatto che siamo in una crisi di denatalità unica in Europa e che dice la fatica a vedere il futuro. Per cui, il compito dell’informazione politica è quello di aiutare l’azione politica a costruire un quadro il più possibile completo del cambiamento in atto.

La Chiesa ambrosiana quale contributo dà e pensa di dare in futuro?
La Chiesa proprio perché si sente parte di questa società, da buona cittadina vede il cambiamento in atto e sente il bisogno di lavorare a più livelli. Il primo è una formazione che aiuti a contenere le emozioni e invece a scendere in profondità nella comprensione dei problemi. Questo lo facciamo a livello capillare, tramite il gran lavoro delle parrocchie, ma abbiamo l’idea di potenziarlo. Il secondo livello è lavorare in modo più specifico e diretto alla ricostruzione della grammatica politica: questa è l’iniziativa dei “Dialoghi sulla vita buona” nella Città metropolitana. La Chiesa vuole partecipare con questo strumento che ha lo scopo di costruire un luogo in cui tutti coloro che vogliono ragionare sul futuro, sulla visione che ci deve aiutare a costruirlo in una realtà come Milano, possono partecipare a elaborare un percorso di riflessione. Toccherà i nuclei fondamentali dei cambiamenti in atto del legame sociale, nel quale noi cristiani vogliamo giocare in prima persona, ma non da soli e non egemoni ma come coloro che cercano legami solidali perché vogliamo lavorare al bene di tutti. Il terzo livello sul quale possiamo seminare è la speranza di suscitare ancora vocazioni alla politica, cioè di persone che si spendono, giocano le energie, le risorse, i talenti che hanno ricevuto proprio per aiutare, impegnandosi nella politica, a lavorare alla costruzione di questa visione. A partire dai giovani più attenti verso i temi sociali.

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