Redazione

Se i giovani tendono ad essere dipinti come rassegnati a un piccolo cabotaggio, appiattiti su una cultura del presente, consonanti con una cultura della reversibilità e omologati a un rifiuto di ogni scelta secca e definitiva, figli e attori dunque – oltre che, allo stesso tempo, vittime e destinatari – della flessibilità e dell’incertezza, gli adulti tendono, a loro volta, ad essere piuttosto pessimisti sul futuro delle giovani generazioni.

Per gli adulti, il futuro dei giovani sarà migliore di quello della generazione precedente solo per quanto riguarda il livello dei servizi, mentre peggiorerà per altri aspetti come casa, lavoro, reddito, risparmio. Precisamente per questo «diventa strategico il guscio della famiglia. Anche perché oggi i giovani hanno un benessere maggiore dei loro genitori (l’81% ne è convinto). Ma ce l’hanno proprio in quanto questo tenore di vita è garantito dalla famiglia in cui vivono». Siamo dunque di fronte a una generazione orientata al presente, con scarse radici nel passato e poco proiettata nel futuro.

Per di più, se vogliono sperare che esista un futuro in cui si realizzerà il loro progetto personale e il loro sogno, lo devono fare a titolo personale, senza usufruire, come le generazioni del passato, delle grandi filosofie della speranza.

Il rapporto tra le generazioni vede da sempre quelle che precedono temere quelle che seguono e, nello stesso tempo, le prime avere cura nei confronti delle seconde. E però tale originaria ed evidente ambivalenza presenta oggi – lo abbiamo notato più volte – una forma nuova. Se infatti nel passato il «timore si è espresso attraverso il tenere soggiogate le giovani generazioni, mortificando le loro istanze di differenziazione e sottostimando il valore della persona in crescita, oggi siamo in una situazione opposta: ègarantito alla giovane generazione un ampio spazio di realizzazione personale, ma la perdita delle istanze generative, pro-sociali, fa prospettare una nuova e subdola ambivalenza che si potrebbe chiamare ambigua stabilità intergenerazionale».

Appropriata si rivela pertanto la definizione di una siffatta situazione dei rapporti tra le generazioni proposta da Calvi (2004), quando parla di una complicità tra generazioni che è più dannosa del conflitto. Una complicità che può condizionare la ricerca, l’apertura e la costruzione di un futuro.

E tuttavia è da rimarcare il ricorrente uso, in ambiti e contesti diversi, di espressioni come «patto tra generazioni» e «future generazioni», sempre più spesso usate per spiegare, motivare o legittimare politiche e corsi di azione individuale e collettiva.

A ragione, Scamuzzi si chiede se si stia «forse facendo strada un nuovo movimento di opinione assai ramificato che prende sul serio il futuro, ancorandolo a un gruppo di riferimento specifico e inedito, espresso con una categoria concettuale, a volte demografica a volte storica e sociologica, come quella di generazione, e non più a immagini utopiche della società o a più modeste proiezioni di trend». (e.z.)

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