Redazione

L’idea di Lazzati era di giornale cattolico e di giornalismo laico costruendo un’esperienza di comunicazione originale per la Chiesa italiana, camminando ogni giorno in cresta, sul difficile crinale tra fedeltà ai principi e rottura delle forme. Per molti di noi era un progetto che sentivamo vincente anche se non riusciva a vincere la pigrizia mentale, il potere ottuso, il conformismo devoto diffuso dentro e attorno al giornale. Non era una redazione facile da governare per lui. Era un problema di teste. Di quelle vecchie, poche di numero ma collocate nei posti giusti, che facevano resistenza. Ripensandoci adesso, non riesco ancora a mitigare il rammarico per un’occasione sprecata. Ma nonostante tutto il bilancio complessivo di quell’esperienza resta positivo.

di Gianni Locatelli

«Se è ancora interessato, il posto per lei adesso c’è». Nella quieta notte romana dell’autunno 1963, l’offerta del Professore di andare a lavorare con lui, direttore, all’Italia poteva anche far crescere, se possibile, l’emozione con cui avevo appena varcato la soglia della casa di via della Chiesa nuova e salito le scale che portavano nelle stanze della dossettiana Comunità del porcellino, dove Giuseppe Lazzati soggiornava ancora quando veniva a Roma.

Ma con Lazzati le emozioni superficiali duravano poco e io ero non solo interessato, ma smanioso di tornare a Milano, sia per lavorare sia per mettere su famiglia, per cui non fu difficile arrivare al dunque. Che in pratica è stato, dopo un paio di mesi, l’ingresso nella redazione, servizio interni, di piazza Duca d’Aosta.

Che non fosse una redazione facile da governare per Lazzati, benché ultimo arrivato lo capii subito anch’io. Non facile, non perché il Professore non era del mestiere, poiché di testa, per un mestiere che dovrebbe usarla il più possibile, ne aveva più di tutti gli altri e l’aveva usata, senza troppa fatica, anche per imparare il mestiere.

No, non era un problema di testa, ma di teste. Di quelle vecchie, poche di numero ma collocate nei posti giusti, che facevano resistenza alla sua idea di giornale cattolico e di giornalismo laico; e di quelle nuove, certo più numerose ma forse più generose che scaltre, con le quali stava costruendo un’esperienza di comunicazione originale per la Chiesa italiana, camminando ogni giorno in cresta, sul difficile crinale tra fedeltà ai principi e rottura delle forme.

Per me appena arrivato come per la squadra di colleghi già saldi nella professione e ingaggiati dall’inizio nell’impresa, Lazzati non era solo il direttore del giornale. Era il maestro di una laicità da arricchire con il rischio della fede e con la fatica della professione; era il maestro che ci aveva entusiasmato nelle conversazioni di San Salvatore e che ora avevamo lì, compagno di lavoro quotidiano, per un progetto che sentivamo vincente anche se non riusciva a vincere la pigrizia mentale, il potere ottuso, il conformismo devoto diffuso dentro e attorno al giornale.

I tempi della politica (erano gli anni della svolta di centro-sinistra) come i tempi dell’economia (basti pensare alla nazionalizzazione dell’energia elettrica) per non parlare di quelli della Chiesa (siamo, per intenderci, in pieno Concilio) sembravano fatti apposta per non riposare sul passato.

Ma proprio per questo il rinnovamento ci sembrava necessario e colpevoli fino alla stupidità le guerre contro il “nostro” direttore, contro il “suo” giornale, contro i “suoi” giornalisti.

Parlo in particolare delle guerre sotterranee e mascherate, contro le quali non c’è testa che valga né stomaco che tenga. Ripensandoci adesso, non riesco ancora a mitigare il rammarico per un’occasione sprecata, anche se purtroppo non è stata l’unica di quegli anni. E anche se nonostante tutto, a cominciare dalla breve durata della direzione Lazzati (in tutto, poco più di tre anni: dall’aprile 1961 al luglio 1964) seguita da un ritorno di un passato così privo di futuro da avere condotto il giornale all’eutanasia, il bilancio complessivo di quell’esperienza resta positivo.

Non penso solo alle esperienze personali; penso alla maturazione della Chiesa e della società italiane cui L ’Italia di Lazzati (e quindi anche nostra) ha contribuito.

Quanto al “mestiere” di giornalista, intrapreso da Lazzati per obbedienza, consiglierei a quanti l’hanno intrapreso per scelta di rileggere le pagine finali del suo libricino Maturità del laicato dedicate a una riflessione sulla «teologia della professione». Capiranno, meglio di una testimonianza, quale grazia sia stata conoscerlo e lavorare con lui.

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