Redazione

Il progetto è rivolta alle famiglie in fase di ricongiungimento in cui genitori e figli vivono difficoltà relazionali.

di Luisa Bove

Spazio Cassiopea da oltre un anno si è trasferito nei locali della parrocchia di San Gabriele Arcangelo, in una zona di Milano di forte migrazione. La sede, accogliente e vivace, ospita ragazzi stranieri per alcune ore la settimana. Il progetto è rivolta alle famiglie in fase di ricongiungimento in cui genitori e figli vivono difficoltà relazionali. Spesso quando gli immigrati vengono in Italia a cercare un lavoro lasciano i loro bambini nei Paesi di origine affidandoli a nonni o zii. E quando, qualche anno più tardi, si ricongiungono ai loro figli ormai adolescenti nascono i problemi.

«I ragazzi infatti si ritrovano con una madre e un padre che sono per loro degli sconosciuti», ammette Anna Monti, responsabile del progetto Cassiopea. «Gli adolescenti quando arrivano da noi provano una grande rabbia perché non volevano abbandonare quelli che hanno sempre chiamato genitori e tanto meno i loro amici. Trasferirsi da Lima o da Casablanca in una città come Milano non è affatto semplice».

Ma le difficoltà spesso sono reciproche: i ragazzi non vogliono riconoscere i loro veri genitori e questi non capiscono il disagio dei figli. Mamme e papà, molto presi dal lavoro, non colgono i desideri dei loro ragazzi e si stupiscono della fatica che fanno a inserirsi nella nuova realtà. «Questi genitori credono che i loro figli siano grandi e capaci di gestirsi da soli – spiega Monti -, perché di solito a 14 anni un ragazzino peruviano, ad esempio, è quasi da considerare come un diciottenne da noi. In realtà sono totalmente disorientati e vivono fratture affettive ed emotive molto laceranti».

Cassiopea si inserisce in questo quadro familiare assai complesso con un progetto specifico sul ricongiungimento per minori dagli 11 ai 18 anni: «Ci siamo resi conto infatti che questa è la fascia di età più colpita dalle difficoltà di relazione con i genitori». Se i bambini ricongiunti non superano i 10 anni la situazione è ancora gestibile, anche perché la separazione tra genitori e figli è stata relativamente breve, «ma l’adolescenza è sempre un’età critica e in una fase di cambiamento e migrazione i problemi si amplificano».

Cassiopea non solo si rivolge ai minori, ma prende in carico l’intero nucleo familiare. «Madri e figli giungono da noi attraverso la scuola – spiega la responsabile – sono gli stessi insegnanti a contattarci e a presentarci le situazioni». Le scuole più coinvolte sono la Trotter, la Rinaldi (chiamata “La casa del sole”, da cui arriva il maggior numero di ragazzi) e la Cisalpino, di forte immigrazione straniera. «Alcuni ragazzi – dice ancora la responsabile – ci arrivano attraverso l’ufficio stranieri del Comune di Milano che conoscendo il nostro servizio ci segnala determinate situazioni. Ma ultimamente giungono anche grazie il tam tam tra famiglie».

«Quello che teniamo a sottolineare è che non siamo un centro di aggregazione – chiarisce -, ma studiamo progetti individuali per ogni famiglia». Con Anna Monti lavorano altri tre educatori professionali che hanno colloqui periodici con genitori e figli. Per evitare conflitti a ogni famiglia vengono assegnati due operatori. «Infatti in passato, quando c’era un unico educatore di riferimento per genitore e figlio, scattavano dinamiche di gelosia o di sospetto tra i due». Ora ognuno ha un suo referente e dopo i colloqui separati seguono incontri alla presenza di entrambi per metterli in relazione, perché spesso tra loro non si parlano. Soprattutto per il minore questa diventa l’occasione per aiutarlo a dire alla mamma cose che fino a quel momento le aveva sempre taciuto.

«Ciò che caratterizza il nostro intervento infatti è la trasparenza», spiega la responsabile. «Una ragazza per esempio ci diceva che quando viveva in Perù aveva un ruolo di adulta, perché la madre l’aveva lasciata a 15 anni a occuparsi della sorellina e dei fratellini più piccoli nel Paese di origine». Ma quando è arrivata a Milano due anni dopo la mamma non le permetteva di uscire di casa, se non per andare a scuola e a Cassiopea». Occorreva quindi intervenire cercando una giusta mediazione e così gli educatori hanno suggerito alla donna di concedere alla figlia di frequentare gli amici, dandole però degli orari di rientro a casa. In questo modo si garantiva alla giovane un minimo di libertà e alla madre una certa tranquillità nonostante la paura verso la grande città.

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