Redazione

di Erminio De Scalzi
Vescovo ausiliare e vicario episcopale Milano città

Ricordo come fosse ieri quel 10 febbraio del 1980. Era una giornata invernale, fredda, ma ricca di tanto calore e di sincera accoglienza. Fu un ingresso singolare: a piedi, dal Castello al Duomo, tra la gente, col Vangelo in mano.

A 25 anni di distanza l’icona di un vescovo che percorre la sua città con il Vangelo in mano resta fissa nella mente e nel cuore di ciascuno di noi e definisce, sopra ogni altra cosa, l’azione pastorale del cardinal Martini.

Don Giuseppe Dossetti, in quel giorno, scriveva all’amico padre Martini, divenuto arcivescovo di Milano, questo biglietto d’auguri: «Milano, ascolti da Lei il Vangelo, nient’altro che il Vangelo». Fu profeta. Il primo incontro con la città avvenne in Sant’Eustorgio. L’Arcivescovo vi arrivò in auto dopo alcuni giorni di ritiro spirituale a Rho nella Casa dei Padri Oblati. Fu una accoglienza semplice, ma molto affettuosa quella della gente del Quartiere Ticinese.

Il nuovo Arcivescovo, in un breve ed emozionato saluto, rispose rifacendosi al Libro degli Atti al cap. 28: «I cristiani appena avvertiti del nostro arrivo ci vennero incontro. Paolo, appena li vide, ringraziò il Signore e si sentì incoraggiato».

Pochi minuti dopo, in Duomo, nella sua prima omelia, aggiungerà: «Ora la mia vita è legata in maniera indissolubile a quella del generoso popolo ambrosiano, gente che lavora sodo e che dentro di sé ha una grande potenzialità di amore».

L’arrivo in piazza Castello fu salutato da tantissime persone, fra queste moltissimi giovani che hanno camminato con lui fino al Duomo. Tantissimi gli sguardi incuriositi, fissi sul nuovo Arcivescovo, sulla sua figura di uomo imponente e fine, raccolta in un mantello nero che lo avvolgeva tutto facendolo sembrare ancora più grande. Le cronache di allora parlano di decine di migliaia di milanesi accorsi a salutare il nuovo Arcivescovo.

Il cammino fu di meditazione e di preghiera. Nel sussidio preparato per l’occasione si leggeva: «La Chiesa di Milano, che accoglie il suo nuovo Arcivescovo monsignor Carlo Maria Martini, chiede a Dio di essere benedetta nella sua laboriosità, nella sua apertura alla sofferenza, nella sua volontà di costruire la pace».

Le tre soste di riflessione lungo il cammino anticipavano già alcune linee di fondo del suo ministero: l’attenzione alla città. A Milano che dà lavoro a tanta gente, anche di Paesi lontani, perché rispettosa dei diritti di tutti, non perda il suo volto umano e si sviluppi nella giustizia e nella fraternità; la vicinanza ad ogni sofferenza. L’invito era a uscire dal proprio egoismo per farsi prossimo a chi è povero, malato, disoccupato, carcerato, emarginato; la passione per la pace.

«Dobbiamo – diceva l’Arcivescovo – diventare tutti operatori di pace, ripercorrere la strada dell’amore e della fratellanza e contribuire alla ricostruzione di questa città». Queste ultime parole sembravano presagire l’esplosione dell’emergenza-terrorismo che, a pochi giorni dal suo ingresso, avrebbe portato l’Arcivescovo accanto a numerose vittime della violenza.

L’arrivo in piazza Duomo fu salutato da un fragoroso applauso. Poi tutto si fece più raccolto, più intimo, in quella prima Eucaristia celebrata dall’Arcivescovo. I milanesi si accorsero subito della serietà che il loro Arcivescovo avrebbe sempre annesso a ogni momento di preghiera.

Da quel giorno, infatti, l’Arcivescovo ci ha sempre educato a pregare, anche con il suo atteggiamento. Quella stessa sera ci fu un incontro, fuori programma, con i giovani. Chiamando a gran voce l’Arcivescovo, riuscirono a farlo apparire ad una finestra di piazza Fontana. Uno di loro gli regalò un paio di pantofole per riposarsi della camminata dell’ingresso.

La notte scese presto sulla città: il Duomo si illuminò come succede per le occasioni più solenni. I milanesi erano felici di avere un nuovo Arcivescovo così affabile, così umano. Anche l’Arcivescovo, quella sera, avrà avuto tante cose da confidare al Signore nel raccoglimento della sua preghiera.

Chi vi racconta queste cose era alla sua prima giornata di segretario personale dell’Arcivescovo. Anche lui aveva vissuto tante emozioni. Due mi avevano colpito: entrando in Milano, l’Arcivescovo mi aveva chiesto che gli mostrassi il carcere di San Vittore. Da lì volle partisse la sua prima visita pastorale: questa sua attenzione agli ultimi sarà una delle preoccupazioni pastorali che avrebbe accompagnato il suo ministero fra noi.

La seconda richiesta fu di chiamare al telefono, quella stessa sera, il cardinale Giovanni Colombo, lontano da Milano per un periodo di riposo. Non so cosa si siano detti, posso solo immaginarlo. In quel momento ebbi però chiara la percezione della finezza d’animo del nuovo Arcivescovo.

Quanto avvenne nei 22 anni successivi fu la conferma di quanto i milanesi avevano intuito già da quel primo incontro. Grazie, Eminenza, non scorderemo mai!

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