Marco Rodari, clown varesino giramondo, si è esibito per una settimana nel campo profughi bosniaco, tra illusionismi e giochi di prestigio: «Era il momento di offrire il mio contributo, facendo ciò che mi riesce meglio»

di Francesco Chiavarini

Pimpa a Lipa
L'esibizione del Pimpa a Lipa

Con l’estate è giunta persino a Lipa una ventata di allegria. Tuttavia restano ancora sul tappeto tutti i nodi che hanno fatto di questa piccola località sulle alture della Bosnia, uno dei luoghi della vergogna europea.

«Come tanti, questo inverno sono rimasto scioccato dalle immagini degli uomini che si mettevano in fila sotto la neve, a piedi nudi, per un pasto caldo.  Poi è arrivata la bella stagione, la fase più dura dell’emergenza è finita e i riflettori dei media si sono spenti. Ma io non ho dimenticato quello che avevo visto. Così questa estate ho pensato che era giunto il tempo per offrire il mio contributo, facendo la cosa che mi riesce meglio: strappare un sorriso alle persone». A parlare è Marco Rodari, 46 anni, di Leggiuno (Varese) in arte il Pimpa, il clown giramondo, impegnato coi suoi spettacoli tra Gaza, Baghdad e le periferie italiane. 

Per una settimana a giugno i suoi numeri da illusionista e il laboratorio di giochi di prestigio hanno portato un po’ di leggerezza fra i 700 ospiti, tutti uomini e per lo più giovani, del campo profughi bosniaco, dove Caritas Ambrosiana e le Acli con Ipsia, sono tra le poche organizzazioni non governative presenti sin dall’inizio della crisi umanitaria dello scorso Natale.

«Quando vado in territori difficili segnati da sofferenza, violenza, povertà, mi chiedo sempre se un pagliaccio può essere davvero di aiuto. Che cosa potrà mai fare un pagliaccio in mezzo a un dramma? Non sarà fuori luogo? Fortunatamente anche stavolta la risposta del pubblico ha confermato il potere magico del naso rosso che è capace di riaccendere la speranza anche in mezzo ai problemi», afferma.

E di problemi a Lipa ce ne sono ancora parecchi. Poiché nessun Paese europeo è disponibile ad aprire le frontiere ai migranti che premono ai confini, il cantone di Una-Sana in Bosnia, dove si trova Lipa, continua a rimanere il cono di bottiglia della Rotta balcanica. Chi è partito dal Pakistan, dall’Afghanistan, dal Bangladesh ed è giunto in questa regione al confine con la Croazia, tenta il game, il gioco con la sorte, per entrare in Europa. Dall’altra parte però trova le guardie di frontiera schierate dal governo di Zagrabia che puntualmente lo respingono. Spesso con violenza.

«Nonostante i confini siano ufficialmente chiusi, il flusso dei migranti è continuo – spiega da Bihać, la cittadina 30 chilometri da Lipa dove vive, Silvia Maraone, operatrice di Ipsia -. Dal mese di maggio almeno, ogni giorno, gente nuova arriva al campo e altra parte per la Croazia e la Slovenia. Purtroppo c’è anche chi ritorna. E tra questi molti hanno lividi sulla schiena e ferite sulla testa. Raccontano che a procuragliele sono stati gli uomini in divisa».

Nel frattempo, rispetto ai mesi scorsi, la vita quotidiana degli ospiti è migliorata. Nel refettorio costruito grazie alle donazioni giunte a Caritas Ambrosiana, i migranti possono pranzare e cenare, ritrovarsi nel pomeriggio per giocare a dama, a scacchi, partecipare alle attività del social café. Tra le 30 tende gestite dal Service for Foreigneir’s affairs, agenzia indipendente del Ministero di Sicurezza bosniaco, sempre grazie alle offerte è stato possibile recentemente anche allestire un’area con lavandini, docce e cisterne per l’acqua. Ma a parte quelli realizzati da Caritas e Ipsia non ci sono stati altri interventi per migliorare la situazione anche perché il governo ha deciso di costruire dall’altra parte della strada che taglia in due l’altopiano su cui sorge la tendopoli un nuovo centro di accoglienza costituto questa volta da container. I lavori stanno procedendo e probabilmente il trasferimento avverrà in autunno, quindi prima dell’arrivo del freddo.

«Ci auguriamo che il prossimo inverno gli ospiti abbiamo un tetto sotto cui ripararsi dalla neve. Naturalmente i servizi che abbiamo creato rimarranno in funzione anche dopo. Ma anche così, Lipa rimarrà sempre un posto troppo isolato per offrire una possibilità di futuro. Chi arriva qui, aspetta solo l’occasione buona per andarsene. Noi possiamo solo rendere questa attesa meno angosciante. Anche grazie alla simpatia di un clown», conclude Maraone.

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