Celebrando la conclusione della Festa di sant’Apollonia a Cantù, il Cardinale ha ammonito: supereremo le difficoltà solo con l’amicizia civica e la solidarietà che nascono dal perdono

di Annamaria BRACCINI

Sant'Apollonia

Il perdono che apre a comprendere meglio chi ci è accanto, i nostri rapporti con la storia, con il presente e il domani, nella relazione da cui fiorisce l’io.
Il cardinale Scola presiede la celebrazione eucaristica nella chiesa dei Santi Michele e Biagio, concludendo così, nell’ambito della Comunità Pastorale San Vincenzo, le celebrazioni della festa patronale di sant’Apollonia.
Accolto festosamente da un migliaio di fedeli – presenti molti sacerdoti concelebranti, il sindaco della città canturina, dei paesi del territorio e altre autorità civili e militari –, l’Arcivescovo dice subito la sua gioia «nel vedere viva davanti agli occhi una realtà di fede testimoniata, pur in tempi di difficoltà e di travaglio come gli attuali». Una chiesa di fedeli e fedele che, come sottolinea nel suo saluto di apertura il responsabile e parroco di questa grande Comunità, monsignor Giuseppe Longhi, sperimenta «oggi la grazia di essere insieme».
E, allora, in riferimento al Vangelo di Luca di questa domenica, ultima dopo l’Epifania detta “del Perdono”, e nella memoria della santa e martire Apollonia – «quanto potrebbe ancora insegnare il suo martirio, sarebbe bello che il vostro Centro culturale approfondisse il senso del suo sacrificio che interroga i temi del rispetto della vita dal concepimento al suo fine naturale» – la riflessione del Cardinale si fa indicazione chiara. «Il perdono di Dio nei confronti della nostra fragilità è una misericordia che non ha misura, è un amore che rigenera. È il motivo più radicale per cui siamo in questa convocazione ecclesiale, che ha al centro l’eucaristia, potendo così godere ancora una vota dell’iniziativa del Signore che redime la nostra libertà».
In una società come la nostra, in un’epoca di crisi economica che, nei Paesi stanchi dell’ Europa, è crisi di civiltà e di fede, il bisogno deve diventare domanda, desiderio di comprensione sul senso della vita spirituale e materiale dell’uomo».
«L’amore di Dio che ci perdona dilatando appunto il nostro bisogno in desiderio – come dimostra la parabola lucana di Zaccheo –, cambia la prospettiva esistenziale, si fa desiderio di Qualcuno che colmi la nostra umanità».
Qui si produce il mutamento della persona che “va oltre, che restituisce quattro volte tanto come Zaccheo”, prosegue l’Arcivescovo: «qui è il punto centrale anche per l’umanità del Terzo millennio, nei rapporti tra marito e moglie, per imparare il “per sempre” dell’amore, per il modo con cui possiamo affrontare il problema della giustizia, per condividere le necessità, specie le estreme, costruendo quella che Aristotele chiamava l’amicizia civica, base della vita buona e del buon governo».
Un perdono, dunque, che cambia il cuore personale e delle comunità cristiane «dove troppo spesso vince la divisione sul perdono, anche il più semplice, sulla comunione che valorizza le diversità nell’unità con una splendida sinfonia».
Occorre allora, conclude il Cardinale educare all’“insieme”, passare il testimone della fede, tramandare la testimonianza, comunicando «in tutti gli ambienti dell’umana esistenza la dolcezza di essere figli di Dio e di una così grande storia».
Un richiamo sentito e raccolto dall’intera Comunità Pastorale San Vincenzo – cinque parrocchie, 28.000 abitanti – «capace di leggere i segni dei tempi, attraverso una grande partecipazione dei laici», come spiega monsignor Longhi, che prosegue, «penso, ad esempio, al nostro Centro di Ascolto e a quello familiare, alla Mensa di solidarietà che offre tutti i giorni dell’anno cinquanta pasti ai più poveri. La ricchezza di queste proposte dice la vivacità e la disponibilità ad accogliere e a condividere. Anche se la strada è ancora lunga, credo che la città di Cantù abbia in sé potenzialità enormi: ma per rinascere occorre recuperare le radici evangeliche, contro ogni individualismo e indifferenza».

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