Don Maurizio Lucchina dell’Annunciazione di Affori: «Dio c’è già, va solo trovato. E nel loro piccolo le persone possono fare molto per creare legami e relazioni nei normali rapporti di ogni giorno»

di Cristina Conti

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Don Maurizio Lucchina

Buon vicinato, attenzione al prossimo, responsabilità civile: sono diverse le tematiche che l’Arcivescovo ha posto all’attenzione della città nel suo Discorso di Sant’Ambrogio. Ma come “rilegge” queste indicazioni un paroco? L’abbiamo chiesto a don Maurizio Lucchina, parroco dell’Annunciazione ad Affori.

«Penso che c’era proprio bisogno di richiamare l’attenzione su questi temi – sottolinea -. E mi sembra giusto ringraziare l’Arcivescovo anche per l’incoraggiamento che ci ha dato a creare un clima migliore nei nostri ambienti quotidiani. È importante, infatti, imparare a guardare la realtà con uno sguardo contemplativo. La presenza di Dio è nascosta e va cercata. E questo aspetto a Milano, una città grande, dove tutti spesso vanno di fretta, un po’ manca. Si viene a messa, ma si fa fatica a vedere l’azione del Signore nelle piazze e nelle case delle famiglie. È con lo sguardo contemplativo, invece, che si scopre la presenza del Signore. Dio c’è già, non va portato, va trovato».

Secondo lei, come si possono creare buone relazioni a partire dal contesto che ha di solito presente nella sua parrocchia?
Nella vita della comunità, nel mio quartiere, come un po’ ovunque, non è facile che ci siano esperienze di buon vicinato. Basti pensare allo sguardo: tante persone spesso non si guardano nemmeno e non c’è nemmeno il saluto. Questi aspetti mancano fin da ragazzi, forse anche perché si guarda troppo il cellulare… Molte persone, quando camminano, hanno la testa bassa, sono intenti a scrivere o a leggere messaggi e non si accorgono nemmeno di chi gli sta passando accanto. In questo periodo sto facendo le visite alle famiglie (nella mia parrocchia ne ho 4500) e cerco di visitarle tutte al di là del Natale. Sarebbe bello vedere più persone che si salutano tra loro, che si fanno gli auguri di buon Natale. E soprattutto sarebbe importante che queste buone abitudini non ci fossero solo tra italiani, ma anche tra italiani e stranieri. Cosa purtroppo molto rara. Capita che nei momenti di ritrovo o alle feste per i bambini, adulti stranieri e italiani si mettano a distanza tra loro, formino gruppi ben distinti, stiano sulle loro per diffidenza. Sarebbe bello invece che si parlassero e si scambiassero sguardi, saluti, ma anche idee e opinioni. Un auspicio che non riguarda solo le periferie, ma anche le zone più centrali della città.

Nel Discorso dell’Arcivescovo c’è anche un invito a prendersi le proprie responsabilità nella società: cosa ne pensa?
È un suggerimento molto positivo. È importante, infatti, darsi una regolata sull’atteggiamento di lamentela. Questo ci porta troppo spesso a pensare che il quartiere sia costruito solo da cose immediate e che servono. Certo, la pulizia e i servizi sono importanti, ma lo sono anche le relazioni tra le persone (anzi, forse lo sono di più…) e anche di queste occorre prendersi cura. Ma non si può demandare tutto alle istituzioni. Anzi, istituzioni e cittadini sono alleati. Se alle prime spetta di ascoltare le paure di chi vive in un certo territorio, di comprenderne le ragioni e di sradicarle, nel loro piccolo le persone possono fare molto per creare legami e relazioni nei normali rapporti di ogni giorno. Basta avere attenzione al prossimo nelle diverse occasioni della vita quotidiana: gioire insieme nei momenti felici, come le nascite o i matrimoni, e condividere le situazioni di dolore, come i funerali. Spesso invece, proprio in queste circostanze, non si vedono nemmeno i condomini delle persone interessate: eppure, quando si è vicini di casa, bisognerebbe almeno conoscersi. Parlare con gli altri, rendersi disponibili, dedicare tempo al dialogo: è così che si creano buone relazioni. Questo compito è di tutti i cittadini. Rivolgere agli altri una parola di conforto, dare aiuto o sostegno a chi ne ha più bisogno, prestare attenzione a chi è vicino. Ma chi più del cristiano può avere uno sguardo attento ai fratelli? Troppo spesso non ci si rende conto che l’uomo non è fatto per vivere in solitudine e per soddisfare esclusivamente i propri bisogni. Le relazioni umane sono generative: con le nostre parole e le nostre azioni si fa vivere l’altro, si fa essere l’altro, si genera qualcosa nell’altro. La vita dell’altro dipende da me e viceversa. È proprio questo che manca oggi.

 

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