Voci da Sarajevo sul viaggio apostolico nel Paese dei Cedri

di Daniele ROCCHI
Inviato Sir Europa

Benedetto XVI

«Nei prossimi giorni mi recherò in viaggio apostolico in Libano per firmare l’esortazione apostolica post-sinodale, frutto dell’Assemblea speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei vescovi, celebrata nell’ottobre 2010. Ho la felice occasione d’incontrare il popolo libanese e le sue autorità, oltre ai cristiani di questo caro Paese e a quelli dei Paesi limitrofi». Domenica 9 settembre, dopo l’Angelus, Benedetto XVI ha ricordato così la sua visita nel Paese dei cedri che prenderà il via venerdì prossimo (fino al 16 settembre). Anche «se sembra difficile trovare soluzioni ai vari problemi che toccano la regione non ci si può rassegnare alla violenza e all’esasperazione delle tensioni» per il Santo Padre «l’impegno per il dialogo e la riconciliazione deve essere una priorità per tutte le parti coinvolte, e deve essere sostenuto dalla comunità internazionale, oggi sempre più cosciente dell’importanza per il mondo intero di una pace stabile e duratura in tutta la regione».

Il viaggio del Papa in Libano è tra gli argomenti all’incontro mondiale della pace promosso dalla Comunità di Sant’Egidio dal titolo “Living Together is the Future. Religioni e Culture in Dialogo” e in corso a Sarajevo fino all’11 settembre.

Contro il fondamentalismo

Secondo monsignor Cyrille Salim Bustros, arcivescovo greco-melkita di Beirut e Byblos, «si tratta di una visita storica a causa della primavera araba e di ciò che è accaduto nei Paesi arabi e soprattutto di ciò che sta accadendo in Siria. Libano e Siria, in quanto confinanti, hanno interessi comuni. Speriamo che questo viaggio dia una visione chiara della necessità di arrivare a una pace durevole in tutti i Paesi arabi in conflitto e in Siria». L’Arcivescovo esprime l’auspicio che «i siriani possano giungere a un accordo pacifico. In Libano abbiamo sperimentato la guerra per 30 anni e nessuno ha vinto, abbiamo avuto 150 mila morti e decine di migliaia di feriti, emigrati e rifugiati. L’emblema di questo viaggio è la pace, basata sulla fiducia, sulla comprensione e sulla tolleranza». Al tempo stesso, aggiunge, «alle Chiese mediorientali verrà chiesto maggiore comunione e testimonianza credibile e comune, unite alla solidarietà con i non cristiani, islamici in testa». Per l’Arcivescovo «è necessario dialogare con i musulmani in vista di una visione comune del valore e della dignità dell’uomo. Siamo tutti credenti in Dio al di là delle differenze religiose. Vanno ricacciati indietro estremismi e fondamentalismi che approfittano delle crisi e delle guerre per insinuare divisioni. In Siria, purtroppo, ci sono attualmente molti combattenti di Al Qaeda».

Un grande incoraggiamento

«È una visita importante – dichiara il Custode di Terra Santa, padre Pierbattista Pizzaballa, presente a Sarajevo come relatore – che non cambierà certo le attuali e difficili dinamiche del Medio Oriente, ma che avrà un grosso impatto mediatico sul mondo islamico mediorientale. Si tratta di un aspetto positivo che non dobbiamo trascurare. Una visita significativa che avviene, peraltro, nel cuore delle ferite aperte del Medio Oriente, la Siria è vicina al Libano, con tutti i problemi delle convivenze». Per il Custode, «cresce l’attesa per le parole che dirà Benedetto XVI la cui presenza è di per sé già altamente significativa. Il Papa volerà alto lanciando a tutti un profondo richiamo morale di cui sentiamo un grande bisogno in Medio Oriente dove i particolarismi si stanno sempre più imponendo». «Le Chiese del Medio Oriente si attendono un grande incoraggiamento, i problemi sono tanti, vecchi e nuovi, e abbiamo bisogno di sentire il sostegno della Chiesa, anche fisico con il Papa che viene tra noi. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti a uscire dalle piccole paure quotidiane e c’indichi una visione e una direzione nella quale andare tutti insieme. La preoccupazione verso una certa deriva integralista islamica è legittima e doverosa ma non dobbiamo avere paura più di tanto».

Vie di dialogo

«Le Chiese del Medio Oriente attendono dal Papa, innanzitutto, un appello ai belligeranti a deporre le armi. In Siria non importa chi abbia ragione o torto ciò che conta è che ogni giorno muoiono 200 persone, siamo ormai arrivati a 30 mila morti. I problemi si risolvono con il dialogo e il negoziato»: monsignor Maroun Lahham, arcivescovo cattolico, vicario di Giordania, per il patriarcato latino di Gerusalemme, confida molto sugli effetti positivi che questo viaggio papale avrà per la situazione della regione. «La primavera araba – spiega – è nata per chiedere giustizia, dignità, diritti e libertà e ha di fatto posto fine a dittature ultradecennali. Purtroppo, alla spontaneità iniziale è subentrata una serie di pressioni politiche, internazionali, economiche, che ha allungato i tempi delle rivolte come in Libia, in Siria. Le grandi nazioni devono lasciare che i “piccoli” Paesi arabi risolvano al loro interno la crisi poiché ne hanno le capacità».

Da Sarajevo arriva anche l’autorevole voce dell’imam Hani Fash, membro del Consiglio degli sciiti per i teologi del Libano: «Tutti i libanesi attendono la visita di Benedetto XVI. Abbiamo bisogno di visite come questa, della quale possa essere partecipe tutto il popolo, in tutte le sue componenti religiose. Personalmente mi sento partecipe della visita del Papa, e tutto il Libano attende il Papa, perché questa è la stoffa del libanese, che anche se di religioni diverse, vuole difendere l’identità di un Paese multiculturale e multireligioso».

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