La storica visita di Francesco a Lampedusa. Gli immigrati morti in mare? «Una spina nel cuore», che deve provocare «la coscienza di tutti perché ciò che è accaduto non si ripeta»

Papa_Lampedusa

Gli immigrati morti in mare sono «come una spina nel cuore», che deve provocare «la coscienza di tutti» per «cambiare concretamente certi atteggiamenti». Lo ha detto Papa Francesco nell’omelia della messa celebrata al campo sportivo Arena nel corso della storica visita a Lampedusa, primo viaggio apostolico in Italia del Pontefice argentino. Una liturgia penitenziale per chiedere perdono per «l’indifferenza verso tanti fratelli e sorelle», con letture e preghiere – il Vangelo di Matteo sulla fuga in Egitto di Giuseppe, Maria e Gesù bambino e la strage degli innocenti per mano di Erode – che sono altrettanti riferimenti al dramma dei migranti, fuggiti da miseria, povertà e disperazione per cercare in Europa speranze di vita.

Atterrato all’aeroporto dell’isola intorno alle 9, il Papa si è poi imbarcato a Cala Pisana su una motovedetta della Guardia costiera, “scortata” da 120 barche di pescatori. Raggiunta punta Malik – l’estremità più a sud di Lampedusa, dove la “Porta d’Europa” di Mimmo Paladino ricorda gli oltre 19 mila migranti morti dal 1988 a oggi (circa 6 mila dal 1994) -, Francesco ha gettato una corona di fiori in mare in omaggio alle vittime. Poco prima, intorno alle otto, erano sbarcate al Molo Favarolo 166 persone provenienti dall’Africa subshariana (tra loro quattro donne), infreddolite e assetate dalla dura traversata notturna, ma in buone condizioni e subito trasferite in pullman al Centro di Contrada Imbriacola. A bordo della motovedetta il Papa ha assistito alle immagini dello sbarco.

Circa 15 mila persone, tra le quali anche disabili e malati, hanno accolto Francesco al suo arrivo al campo sportivo per la messa. Sbarcato al Molo Favarolo, il Santo Padre ha salutato una cinquantina di migranti del Centro di Contrada Imbriacola. Nel mare di folla tanti giovani delle organizzazioni umanitarie attive a Lampedusa, cappellini e foulard bianchi e gialli con lo slogan “Si vede, si sente, Francesco è qui presente” e striscioni con la scritta “Il tuo sorriso dà senso alla nostra vita” o di denuncia della tratta di esseri umani. Sul palco, un altare colorato fatto con una lancia di pescatori e un leggio con un timone di un barcone affondato, come pure il pastorale e il calice, tutti realizzati da artigiani locali.

«Immigrati morti in mare, da quelle barche che invece di essere una via di speranza sono state una via di morte»: è partita dalla cronaca, l’omelia del Pontefice. «Quando alcune settimane fa ho appreso questa notizia, che purtroppo tante volte si è ripetuta – ha rivelato Papa Francesco – il pensiero vi è tornato continuamente come una spina nel cuore che porta sofferenza. E allora ho sentito che dovevo venire qui oggi a pregare, a compiere un gesto di vicinanza, ma anche a risvegliare le nostre coscienze perché ciò che è accaduto non si ripeta». E più avanti: «Ho sentito recentemente uno di questi fratelli. Prima di arrivare qui sono passati tra le mani dei trafficanti che sfruttano la povertà degli altri per farne fonte di guadagno. Quanto hanno sofferto, e alcuni non sono riusciti ad arrivare!».

Il Papa ha rivolto «una parola di sincera gratitudine e di incoraggiamento» agli abitanti di Lampedusa e Linosa, alle associazioni, ai volontari e alle forze di sicurezza, per la loro «attenzione a persone nel loro viaggio verso qualcosa di migliore»: «Voi siete una piccola realtà, ma offrite un esempio di solidarietà!», ha aggiunto, ringraziando l’Arcivescovo di Agrigento per le sue parole. Un «pensiero», inoltre, «ai cari immigrati musulmani che stanno iniziando il digiuno di Ramadan… La Chiesa vi è vicina nella ricerca di una vita più dignitosa per voi e le vostre famiglie». Rivolto a loro ha detto: «O’ Scià», un intercalare tipico dei lampedusani che significa «Sei il mio respiro» .

Il punto centrale dell’omelia è stato dedicato alla «cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza». Una denuncia forte: «Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro!», ha ammonito il Papa, secondo il quale oggi «ritorna la figura dell’Innominato di Manzoni», perché «la globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti “innominati”, responsabili senza nome e senza volto». «Chiediamo perdono per l’indifferenza verso tanti fratelli e sorelle – ha detto -, chiediamo perdono per chi si è accomodato, si è chiuso nel proprio benessere che porta all’anestesia del cuore, chiediamo perdono per coloro che con le loro decisioni a livello mondiale hanno creato situazioni che conducono a questi drammi».

«Adamo, dove sei?»: è la prima domanda che Dio rivolge all’uomo dopo il peccato, come ha ricordato il Papa. L’uomo della Genesi «è un uomo disorientato che ha perso il suo posto nella creazione perché crede di diventare potente, di poter dominare tutto, di essere Dio. E l’armonia si rompe, l’uomo sbaglia e questo si ripete anche nella relazione con l’altro, che non è più il fratello da amare, ma semplicemente l’altro che disturba la mia vita, il mio benessere». Così Dio pone la seconda domanda: «Caino, dov’è tuo fratello?». «Il sogno di essere potente, di essere grande come Dio, anzi di essere Dio, porta a una catena di sbagli che è catena di morte, porta a versare il sangue del fratello!», ha ammonito il Papa, secondo il quale «queste due domande di Dio risuonano anche oggi, con tutta la loro forza». «Tanti di noi, mi includo anch’io – le parole di Papa Francesco – siamo disorientati, non siamo più attenti al mondo in cui viviamo, non curiamo, non custodiamo quello che Dio ha creato per tutti e non siamo più capaci neppure di custodirci gli uni gli altri. E quando questo disorientamento assume le dimensioni del mondo, si giunge a tragedie come quella a cui abbiamo assistito».

Anche oggi Dio chiede a ciascuno di noi: «Dov’è il sangue di tuo fratello che grida fino a me?». Ma, ha denunciato il Papa, «oggi nessuno si sente responsabile di questo; abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna. Chi è il responsabile del sangue di questi nostri fratelli e sorelle? Nessuno! Tutti noi rispondiamo così: non sono io, non c’entro, saranno altri, non certo io». Per Francesco «siamo caduti nell’atteggiamento ipocrita del sacerdote e del servitore dell’altare, di cui parla Gesù nella parabola del Buon Samaritano: guardiamo il fratello mezzo morto sul ciglio della strada, forse pensiamo “poverino”, e continuiamo per la nostra strada, non è compito nostro; e con questo ci sentiamo a posto». Ma la domanda «Dov’è tuo fratello?» «non è una domanda rivolta ad altri, è una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi», ha continuato Francesco: «Quei nostri fratelli e sorelle cercavano di uscire da situazioni difficili per trovare un po’ di serenità e di pace; cercavano un posto migliore per loro e le loro famiglie, ma hanno trovato la morte. Quante volte coloro che cercano questo non trovano comprensione, accoglienza, solidarietà! E le loro voci salgono fino a Dio!».

Tra gli applausi commossi della folla Papa Francesco ha chiesto più volte: «Ciò che accaduto non si ripeta, per favore». Dopo l’omelia, un lungo momento di silenzio commosso. Le preghiere dei fedeli si sono rivolti anche ai governanti e alle autorità civili, perché garantiscano «il bene di ogni persona». Al termine della liturgia, il Papa ha rivolto un saluto e un ringraziamento particolare ai lampedusani e al parroco don Stefano Nastasi, che lo ha invitato sull’isola con una lettera il 19 marzo scorso. «Voglio ringraziare i lampedusani per l’esempio di amore, carità e accoglienza che ci date – ha detto Papa Francesco, parlando a braccio -. Il vescovo ha detto che Lampedusa è un faro: che questo esempio sia un faro per tutto il mondo perché abbiano il coraggio di accogliere quelli che cercano una vita migliore». E poi: «Ringrazio anche la tenerezza sentita nella persona di don Stefano, che sulla nave mi ha raccontato ciò che fanno. Grazie a voi».

Ti potrebbero interessare anche:

Questo sito fa uso dei cookie soltanto per facilitare la navigazione Maggiori Informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi