In un incontro augurale con i giornalisti in Arcivescovado, il cardinale Scola ha toccato alcuni punti dell’attualità e della vita della Chiesa

Cardinale Scola_Varese

«A Milano mi sento sempre più a mio agio». Parte da una confessione personale l’incontro augurale a cui il cardinale Angelo Scola ha invitato ieri i giornalisti in Arcivescovado. «Il ritmo è incalzante e l’età non è più fresca – ha ammesso l’Arcivescovo -, ma mi sto inserendo. Al momento della mia partenza da Venezia, qualcuno mi disse che il mio era un ritorno a casa: aveva ragione. E a casa si sta bene…».

Non è stata una conferenza stampa, ma un colloquio amichevole con cui il Cardinale ha rinnovato una tradizione intrapresa proprio nella città lagunare e nel quale ha toccato informalmente molti argomenti. Vediamone alcuni.

Il compito del Vescovo

«Negli incontri svolti finora in Diocesi ho trovato un popolo di Dio molto solido. Io desidero far fronte come posso al compito che il Signore mi ha dato: accompagnare questo popolo a vivere secondo la bellezza, la bontà e la verità del dono che ha ricevuto. Mi propongo di assecondare la vita della Chiesa. Il compito di chi guida è orientare, in modo tale che ognuno possa concorrere al bene della Chiesa. Ciò richiede all’uomo di essere in un’adeguata relazione con se stesso, con gli altri e con Dio, cioè di essere capace di fede, speranza e carità, ma anche di prudenza, giustizia, fortezza e temperanza».

La Chiesa tra vita e struttura

«Come ogni realtà umana, anche la Chiesa comunica se stessa attraverso le sue istituzioni. Ma se la struttura prevale sulla vita uccide la vita. Non può essere l’organizzazione a far nascere la vita. Più è debole il “per chi” ci muoviamo, più saremo tentati di consegnare alla struttura la totalità della nostra vita, personale e associata».

Il Natale segno di speranza

«Il primo motivo di speranza è Gesù che nasce. Ma poiché Gesù è venuto fisicamente nel mondo duemila anni fa, siamo tentati di ricacciarlo nel passato. Da questo punto di vista l’Avvento ambrosiano fin dall’inizio colloca il Natale nella giusta prospettiva: l’incarnazione di Gesù si collega alla sua venuta finale. Non possiamo vivere pienamente il Natale in termini integrali se non aspettiamo Gesù che viene a chiudere la storia. Il senso cristiano della natività chiama subito in campo il fine, in cui la nostra speranza trova le sue radici. C’è poi un altro avvento, come diceva San Bernardo, quello di Gesù nel cuore di ogni cristiano. “Se non credete a me, credete almeno alle mie opere”, diceva Gesù. Le tante energie che tante donne e tanti uomini dedicano alla condivisione del bisogno dell’altro danno vita a una infinità di segni di speranza».

«Giornalisti, metteteci la faccia»

«Il giornalista che fa cronaca e confonde il verosimile con il vero non fa un buon lavoro. Purtroppo questa è una tentazione forte e frequente. Per attenersi al vero, invece, occorre rispettare la dignità di ogni persona di cui si scrive o si parla, anche se ha compiuto degli errori. E poi, se si vuole svolgere bene il proprio lavoro, ci si deve esporre. Non si può fare il bravo giornalista, il bravo politico, il buon vescovo, senza auto-esporsi».

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