Il racconto di un prete ambrosiano che riflette sulle condizioni della “sua” gente che vive in baracche fatiscenti. Eppure anche lì non mancano i segni di speranza e di attesa di Gesù

di Francesco Airoldi
prete “fidei donum” in Africa

don francesco airoldi

Tra pochi giorni sarà Natale e come da tradizione desidero condividere con voi qualche riflessione. Devo però confessarvi che non mi sono ancora reso conto che il 25 dicembre sia ormai così vicino. Più passa il tempo e più la mia vita si riempie di incontri e di attività che non mi lasciano tregua. Le tante cose da fare nel mio quartiere e nella parrocchia abbinate ad un traffico sempre più crescente e caotico non mi incorragiano ad andare in città dove nei luoghi commerciali brillano le luci del Natale.

Mi pare anche di intuire che il Natale sia una festa riservata a coloro che sono di un altro mondo e non certo una festa che può aver senso per la mia gente di Kanyama alla periferia di Lusaka, sopratutto per quegli aspetti folcoristici che caratterizzano il nostro modo di sentire e vivere le feste natalizie. Ciò che a noi qui rimane è solo il cuore del Natale e su questa piccola cosa insieme cerchiamo di trovare il senso della nascita di Gesù nella storia dell’uomo.

Ma andiamo oltre. Questo anno che sta ormai per finire mi ha impegnato e stancato parecchio almeno su due fronti.

Il primo: dopo riflessioni e confronti con la comunità siamo riusciti a finalizzare un sogno che avevamo da tempo: quello della costruzione di un centro per offrire spazi ai giovani del quartiere. È una grande soddifazione vedere anche in questi giorni come tanti giovani vengano quotidianamente a studiare nella biblioteca, come anche il grande salone venga utilizzato per incontri, feste e attività ricreative. Oltre ai campi per attività sportive, abbiamo ora anche spazi al chiuso da offrire ai tantissimi giovani di Kanyama.

Il secondo fronte che mi ha chiesto tante energie è stata la visita alle famiglie. Non tutte ovviamente, sono tantissime e tante ancora da visitare, ma ho passato pomeriggi e pomeriggi, col sole o con la pioggia, col vento freddo e polveroso o sotto un arsura bollente e immobile, nel buio più profondo e insidioso, a girare per le strade dove la mia gente abita e bussare alle porte perAfrica essere accolto nelle loro case. Non riesco, non posso e non voglio descrivere i volti che ho incontrato, le situzione con le quali mi sono scontrato, la povertà vera che si può solo riconoscere quando ci si entra dentro. Lo schifo che si sperimenta quanto i tuoi sandali e quindi i tuoi piedi scivolano nel fango intriso di fogna; quando entrando nelle loro case che di casa hanno solo il nome non trovi neppure un angolo dove poterti sedere e ti chiedi come tutti membri di quella famiglia potranno dormire lì la sera; quando nel buio di case senza luci e senza finestre ti accorgi che là dove ti sei seduto ti camminano addosso scarafaggi e insetti di ogni genere; quando per la presenza di un ammalato che da lungo tempo non si muove da lì c’è un odore nauseabondo che non ti fa neppure respirare; quando ti accorgi per sbaglio che in un angolo della casa, proprio lì nella stanza dove ti sei seduto, c’è una creatura accartocciata e piccola che assomiglia ad un essere umano. In questo modo ho conosciuto Elisha, un ragazzo di 16 anni, nato disabile. E ancora in questo modo ho conosciuto Elizabeth, una ragazza di 20 anni piegata su di sè perchè disabile, in un angolo della casa. E’ stata una festa quando con il consenso e la sorpresa delle famiglie e delle piccole comunità cristiane sono andato proprio a casa loro per il battesimo. Non l’ho fatto perchè pensavo che senza il battesimo questi ragazzi sarebbero rimasti dannati. Ma l’ho fatto per cercare di far capire alle famiglie e alla comunità che avevano fino a quel momento sempre tenute nascoste queste persone disabili, che queste persone invece sono amate da Dio e da noi e che hanno bisogno del nostro amore senza vergognarcene. Sono state due grandi feste e vi assicuro che questi stessi ragazzi con gli occhi esprimevano chiaramente la loro immensa gioia. Conservo ancora nella mente e nel cuore i loro volti che rivedo nelle mie visite di tanto in tanto.

La gente è la sorpresa sempre viva dei miei anni in Zambia. Coltivo un’ammirazione, un’invidia ed un rispetto grande per tutti. Sembrano fatti apposta per questo mondo che a me sembra così strano e difficile. Si muovono in questo contesto con scioltezza e disinvoltura. Dice Ryszard Kapuscinski nel suo famoso libro “Ebano” che in Africa i locali sono «dotati di una naturale grazia e resistenza, si muovono a loro agio e liberamente al ritmo imposto dal clima e dalla tradizione. Un ritmo rallentato, che non conosce fretta: tanto nella vita non si può mai avere tutto. Altrimenti agli altri che resterebbe».

Forse ciò che manca a noi anche nel vivere il Natale è proprio questo: la consapevolezza che non si può avere tutto nella vita perchè è importante lasciare qualcosa anche agli altri.

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