La testimonianza di don Alberto Dell’Acqua, fidei donum ambrosiano a Garoua, che il 25 febbraio terminerà il suo mandato in Camerun e rientrerà in Italia

di don Alberto DELL’ACQUA
«Fidei donum» in Camerun

Il prossimo 25 febbraio scadranno i 9 anni del mio mandato missionario di prete fidei donum inviato dalla Diocesi di Milano in quella di Garoua, nel nord del Camerun; e dopo qualche giorno rientrerò definitivamente in Italia. Ho vissuto la metà di questi 9 anni come vicario nella parrocchia St. Charles Lwanga di Djamboutou e l’altra metà come parroco di una nuova parrocchia appena creata, quella di St. Jean-Marie Vianney di Ngalbidje.

Tra le esperienze che è l’ultima volta che vivrò qui, c’è anche la preparazione e la celebrazione del prossimo Natale di Gesù. Questo mi ha fatto pensare ai vari Natali vissuti in terra camerunese.

Il primo Natale, quello del 2006, l’ho vissuto in compagnia di mamma e papà che erano venuti a trovarmi superando qualche loro paura: abbiamo celebrato due Messe in villaggi «fuori dal mondo» e mi ricordo ancora il mio nervosismo, tipico di chi è arrivato da poco e non si è ancora lasciato «impregnare» dalla nuova cultura, quando alla fine della prima celebrazione – erano le 9.30 di mattina – la gente ci ha chiesto di «pranzare» insieme, prima di partire per l’altro villaggio: non avevo voglia di mangiare un’anatra «in umido» a quell’ora del mattino e avevo fretta di partire per l’altro villaggio!

Il Natale successivo ero invece in compagnia di due giovani monzesi, Maddalena e Antonella: hanno condiviso con me la gioia di celebrare il Natale in un villaggio in cui ho battezzato alcuni bimbi appena nati di genitori già cristiani; e altri ragazzi e adulti hanno celebrato la loro «entrata in catecumenato», primo passo del percorso che li avrebbe portati a ricevere il Battesimo. Nello stesso villaggio però, abbiamo sperimentato anche il dolore di dover benedire e veder morire Felicité, una bimba di 5 mesi, a causa della malaria (ancora la prima causa di morte infantile qui). Il viaggio di ritorno in parrocchia quel giorno è stato abbastanza silenzioso.

Qualche giorno prima del Natale 2009, ho invece avuto la gioia di essere invitato nel boukarou di una povera ragazza di Nakong che voleva condividere con me la gioia della nascita di sua figlia Veronique: entrando in quella capanna, mi sembrava di non vedere una scena troppo diversa da quella che i pastori di Betlemme hanno contemplato quando è nato Gesù. Lo stesso Natale ho accompagnato gli ultimi giorni di vita di Catherine, una giovane malata di Aids, e le ho detto che la passeggiata che avevo promesso di fare con lei una volta uscita dall’ospedale l’avremmo fatta insieme in paradiso, ma che mi avrebbe dovuto aspettare un po’ perché lei ci sarebbe arrivata prima di me. «Ti aspetto là!»: è stata la sua risposta fiduciosa.

Altri ricordi sparsi: le candele della corona d’Avvento che si scioglievano per il caldo del giorno, prima ancora di accenderle; le statuine del presepe costruite dai bimbi con l’argilla; i baobab che in questo periodo non hanno foglie e i cui frutti li fanno assomigliare a grandi alberi di Natale; la visita ai malati nei giorni precedenti il Natale; vedere tante persone che, la prima settimana di Avvento, arrivavano all’area sacra (e ora vengono nella nuova chiesa) con la Bibbia in mano per la cosiddetta «Settimana forte», in cui leggiamo insieme alcune pagine di un libro biblico; la Novena pomeridiana celebrando la Messa nelle sette «Comunità ecclesiali viventi»; e da quest’anno, avendo costruito la chiesa vicino al liceo, la novità della preghiera del Bonjour de Dieu, che vede tanti alunni del liceo pregare con un Salmo e una frase del Vangelo ogni giorno prima di andare a scuola…

Il Natale del 2013, infine, è stato segnato dalla testimonianza che mi ha dato Adeline, una ragazza di 17 anni che aveva scelto come impegno del suo prossimo Battesimo quello di rompere una relazione con un uomo sposato che la faceva sentire importante, permettendole anche di mettere da parte un po’ di soldi. «Ho scelto di rompere con questa relazione: mi costa tanta fatica, ma è ciò che Gesù mi chiede e io voglio tentarci»: è quello che mi ha detto incontrandomi e, prima di farlo, aveva già messo il nome di quell’uomo nella «lista nera» del suo telefonino.

Ora vado a prendere mio papà all’aeroporto: da quando mamma celebra il suo Natale in Paradiso, lui lo passa qui con me. Vivremo insieme questo nostro ultimo Natale camerunese, lasciandoci ancora una volta stupire dalle sorprese di Dio e della gente.

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